Dopo oltre 30 anni i negoziatori climatici europei tornano sui propri passi e rispuntano i meccanismi di flessibilità nell’arsenale del Green Deal Industrial Plan. All’alba del 5 novembre, dopo 24 ore di negoziazioni, i ministri per l’ambiente dell’UE hanno trovato un compromesso portando all’85% rispetto al 1990 l’obiettivo per la riduzione delle emissioni nell'UE entro il 2040. Per non rinunciare alla leadership europea nell’azione per il clima e mantenere inalterato l’originario target di 90%, e preservare la competitività manifatturiera del continente, è stato introdotto la possibilità di esternalizzare un 5% dei tagli con dei progetti di decarbonizzazione da realizzare in paesi extra- Europei.
Questa clausola di flessibilità, probabilmente raddoppiata, consentirebbe un aumento di circa un terzo delle emissioni nette all’interno dell’Europa entro il 2040 poiché queste riduzioni avverrebbero in altre parti del mondo. Applicare tecnologie green in paesi a bassa tecnologia con alta intensità carbonica per unità di pil realizza un risparmio di emissioni più incisivo rispetto a moltiplicare interventi sempre più costosi in economie industrialmente avanzate.
Dopo quasi 30 anni Bruxelles sta ripescando due meccanismi di flessibilità: Clean Development Mechanism e la Joint Implementation, introdotti al tempo del Protocollo di Kyoto ma “persi” nei successivi round di negoziazione. MF-Milano Finanza ne ha parlato con Corrado Clini, ai vertici del Ministero dell’Ambiente e ministro nel governo Monti, che ha partecipato a tutti i negoziati internazionali sul clima, a partire da quello a Rio del Janeiro nel 1992 che portò alla Convenzione delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici.
Domanda. Come nasce la possibilità di esternalizzare gli investimenti di decarbonizzazione?
Risposta. Il Protocollo di Kyoto del 1997 che impegnava i paesi sviluppati a ridurre entro il 2012 le proprie emissioni del 5,2% rispetto ai livelli del 1990, aveva introdotto, su proposta degli USA, i cosiddetti meccanismi flessibili: Clean Development Mechanism-CDM e Joint Implementation-JI, per consentire alle imprese dei paesi sviluppati di realizzare progetti nei paesi in via di sviluppo e nei paesi dell’Europa orientale post Unione Sovietica in grado di ottenere con costi minori riduzioni delle emissioni almeno analoghe agli obblighi stabiliti in applicazione del Protocollo.
D. Un esempio di questi meccanismi?
R. Costruire un’acciaieria in India con tecnologie avanzate da parte di un’impresa Usa avrebbe consentito di ridurre le emissioni previste per la costruzione di un impianto con le tecnologie abitualmente impiegate in India. Le emissioni evitate avrebbero costituito un credito per l’impresa Usa. Il Protocollo rappresentava un primo tentativo di convergenza globale delle economie verso obiettivi e standard di riduzione della dipendenza dai combustibili fossili attraverso la combinazione di obblighi per i paesi sviluppati e la cooperazione tecnologica e industriale con le altre economie del pianeta: CDM e JI avrebbero dovuto facilitare la transizione delle economie emergenti attraverso il superamento di fatto delle cosiddette responsabilità comuni ma differenziate.
D. Hanno funzionato?
R. All’epoca era evidente a tutti che l’aumento della popolazione e l’uscita dal sottosviluppo avrebbero avuto nel decennio successivo come effetto collaterale l’inevitabile crescita delle emissioni in Cina, India, Brasile, Sud Africa, Indonesia, Iran, con l’effetto pratico di annullare l’efficacia del Protocollo di Kyoto. Nonostante ciò, CDM e JI sono state accolte con molta freddezza, se non con ostilità, da alcuni paesi europei e dai movimenti ambientalisti che consideravano i meccanismi flessibili un sotterfugio per aggirare gli obblighi di riduzione delle emissioni.
D. Il che ha condizionato il destino del Protocollo di Kyoto…
R. Il Senato USA nel 1998 respinse la ratifica del Protocollo perché considerato pericoloso per la sicurezza energetica del paese e poco efficace per la riduzione delle emissioni globali. La scelta americana avrebbe dovuto consigliare una pausa di riflessione all’Europa. Ricordo che nel 2001, alla COP 6 dell’Aja, Tony Blair aveva suggerito di tenere aperto il dialogo con gli Usa per adeguare gli impegni del Protocollo all’evoluzione delle emissioni globali. L’UE era invece entrata in aperto conflitto con gli Usa, assumendo il Protocollo come un’occasione per porsi alla guida della decarbonizzazione attraverso la trasformazione della propria economia e la cooperazione internazionale, anche per ottenere la leadership globale dell’economia verde. Ricordo che, per aver appoggiato la proposta inglese, anche con il contrasto con il Ministro italiano dell’Ambiente, ero stato “censurato” dalla Presidenza del Consiglio. Dal 2001 è iniziato il declino del Protocollo, peraltro entrato in vigore solo nel 2005 dopo l’adesione politica senza impegni della Russia.
D. Quali gli effetti sulla cooperazione climatica?
R. L’illusione europea di guidare l’economia verde del pianeta e il Protocollo di Kyoto sono finiti nel 2015, con il Paris Agreement, che è il risultato dell’accordo tra Usa, Cina e le grandi economie emergenti per bilanciare crescita economica e decarbonizzazione, diversamente dal modello europeo degli obiettivi vincolanti e dell’approccio di comando e controllo. Gli effetti dell’accordo sono stati contraddittori: da un lato la decarbonizzazione è diventata il driver della leadership globale della Cina nello sviluppo delle tecnologie a basso contenuto di carbonio nell’energia e nell’automotive, mentre dall’altro, nonostante le tecnologie verdi, le emissioni continuano a crescere. Il Paris Agreement all’articolo 6 ha previsto il superamento del CDM con un nuovo sistema di cooperazione, che tuttavia non è ancora stato definito perché pesa come un macigno il principio delle responsabilità comuni ma differenziate”
D. Come va ripensato allora il Green Deal europeo?
R. La UE si è piuttosto concentrata sull’imposizione nell’economia interna di obiettivi e obblighi senza fornire le soluzioni: per esempio, la crescita accelerata delle fonti rinnovabili non è stata preparata e supportata con investimenti per lo sviluppo di prodotti “Made in Europe”, ma ha generato costi sproporzionati rispetto ai benefici senza consolidare capacità produttive europee. Lo stesso vale per la mobilità elettrica e per molti settori dell’industria. Oggi l’Europa è l’economia più avanzata verso la decarbonizzazione, ma la meno competitiva nei mercati dell’economia verde: importa la maggior parte delle materie prime, delle tecnologie e dei prodotti per la decarbonizzazione. Se l’obiettivo del Green Deal è quello di raggiungere la neutralità climatica entro il 2050, per associare la crescita verde alla competitività dell’economia europea, è urgente cambiare le priorità.
D. Come?
R. Senza avere le soluzioni disponibili made in Europe, invece di privilegiare obiettivi ambiziosi di riduzione delle emissioni, le competenze scientifiche e tecnologiche e le risorse finanziarie dell’Europa vanno concentrate sull’innovazione dirompente, per dirla con Mario Draghi, che è la chiave per la competitività. Anche perché l’Europa contribuisce per il 6,4% alle emissioni globali, e l’azzeramento delle emissioni europee porterebbe un contributo di riduzione poco al di sopra dell’1%. (riproduzione riservata)