I dati macro cinesi, che indicano un peggioramento della deflazione alla produzione, mandano in rosso Hong Kong, che alle ore 7:50 di mercoledì 9 luglio perde lo 0,85%, mentre Shanghai sale dello 0,3% e il Nikkei dello 0,2%. Ancora vendite sul T bond Usa decennale, il sui rendimento scambia al rialzo al 4,419%, mentre i futures sul Nasdaq sono sotto la parità. Sullo sfondo, il ritorno forte del tema dei dazi dopo l'annuncio del presidente Trump di portare l’imposta sul rame al 50% come per acciaio e alluminio.
I prezzi alla produzione in Cina sono scesi del 3,6% su base annua nel mese di giugno, segnando la flessione più marcata da quasi due anni. Il dato, peggiore delle attese, riflette l’impatto crescente della guerra dei prezzi che attraversa l’intera economia cinese, già frenata da una domanda interna debole e da un contesto globale incerto.
Parallelamente, i prezzi al consumo sono tornati a salire per la prima volta da gennaio, registrando un +0,1% su base annua, secondo l’Ufficio Nazionale di Statistica. Il dato ha superato le stime degli analisti, che prevedevano una variazione nulla, e segna un segnale di possibile stabilizzazione. I costi dei beni non alimentari sono aumentati leggermente, mentre i prezzi dei generi alimentari hanno continuato a scendere, ma a un ritmo più contenuto.
Anche il core Cpi (l’indice depurato da alimentari ed energia) è aumentato dello 0,7% rispetto all’anno precedente, segnando la crescita più sostenuta da 14 mesi.
Il calo del Producer Price Index (Ppi) è risultato più profondo delle attese (-3,2% secondo il consensus Reuters), toccando il livello più basso dal luglio 2023. Il Ppi cinese è in territorio deflazionistico da settembre 2022, in un ciclo che si è ormai consolidato nel tempo.
«È ancora prematuro parlare di fine della deflazione. Il settore immobiliare continua a perdere slancio e la campagna contro l’involuzione economica è solo all’inizio», il commento di Zhiwei Zhang, presidente e capo economista di Pinpoint Asset Management. Il termine involuzione (involution o neijuan) viene comunemente usato in Cina per descrivere l’eccessiva competizione interna tra imprese, spesso basata su tagli dei prezzi.
Nel corso di una riunione guidata dal presidente Xi Jinping, i vertici politici cinesi hanno criticato l’eccessiva competizione sui prezzi adottata dalle imprese per stimolare la domanda e ridurre le scorte, un meccanismo considerato inefficace e dannoso per la redditività aziendale. Pechino ha promesso un intervento normativo per limitare tali pratiche. I profitti delle imprese industriali sono calati del 9,1% a maggio su base annua, segnando il peggior risultato da ottobre 2024.
«Le imprese devono puntare sul miglioramento qualitativo e sulla graduale dismissione delle capacità produttive obsolete», si legge in una nota pubblicata su un quotidiano statale. Il leggero aumento dell’inflazione al consumo è stato attribuito anche a un programma di incentivi pubblici che prevede sussidi per la sostituzione di beni durevoli, tra cui elettrodomestici, elettronica e veicoli elettrici, secondo Zichun Huang, economista di Capital Economics.
Tuttavia, l’effetto di questi stimoli è destinato a esaurirsi nella seconda metà dell’anno, a meno che non si intervenga sul problema strutturale dell’eccesso di offerta. «Con un’offerta di beni che continua a superare la domanda, è probabile che le guerre di prezzo tra produttori proseguano», aggiunge Huang.
Nonostante le tensioni commerciali con gli Stati Uniti, le esportazioni cinesi sono cresciute del 4,8% a maggio e dell’8,1% ad aprile, grazie alla crescita delle spedizioni verso il Sudest asiatico, che ha compensato il calo verso gli Stati Uniti.
«Senza un forte stimolo fiscale, sarà difficile uscire dalla spirale deflazionistica», interviene Larry Hu, capo economista per la Cina di Macquarie. Secondo Hu, la recente tenuta dell’export ha ridotto la pressione su Pechino per introdurre nuove misure a sostegno dei consumi. «Il governo probabilmente attenderà un calo più marcato delle esportazioni prima di intervenire». (riproduzione riservata)