Asia a doppia andatura, mercoledì 6 settembre. Se il Nikkei alle ore 7:30 italiane sale dello 0,44%, Hong Kong perde lo 0,5% e Shanghai lo 0,2%, tenendo conto che l’avvio dei listini cinesi è stato più ribassista.
Il petrolio Wti americano viaggia a ridosso degli 88 dollari il barile dopo il taglio annunciato ieri pomeriggio dell’estrazione di greggio da parte dell’Opec+ e questo innervosisce i mercati, che temono un rialzo dell’inflazione.
A incidere sul sentiment si aggiunge l’ondata di vendite che ha colpito ieri i T bond, con il decennale che ha visto il rendimento salire (e per contro il prezzo scendere) in poche ore dal 4,18% al 4,26% (questa mattina 4,25%). I futures sul Nasdaq sono per ora sotto la parità dopo una sessione fiacca.
L’economia australiana è cresciuta dello 0,4% su base trimestrale nel secondo trimestre del 2023, lo stesso ritmo del primo trimestre ma superiore alle previsioni di mercato di un aumento dello 0,3%.
Si è trattato del settimo periodo consecutivo di crescita economica, sostenuto principalmente da forti esportazioni e robusti investimenti pubblici, mentre i consumi delle famiglie sono rimasti contenuti in un contesto di tassi di interesse elevati.
Lo yen si è deprezzato oltre la soglia di 147 per dollaro (fino a 147,7 per poi recuperare a 147,25 quando è intervenuto il governo), toccando i livelli più deboli degli ultimi dieci mesi e spingendo le autorità a mettere in guardia contro l'eccessiva volatilità valutaria.
Il ministro delle Finanze, Masato Kanda, ha avvertito che le autorità giapponesi non escluderanno alcuna opzione sui mercati valutari se i movimenti speculativi persistono.
Lo yen si è indebolito di oltre il 12% quest’anno dal momento che la Banca del Giappone ha continuato a mantenere una politica monetaria ultra-espansiva. Il membro del consiglio della BoJ Naoki Tamura ha indicato che la banca centrale manterrà per ora le attuali impostazioni monetarie avendo bisogno di ulteriori prove che l’obiettivo di inflazione del 2% possa essere raggiunto in modo sostenibile.
La valuta ha dovuto affrontare anche la pressione al ribasso derivante dal rafforzamento del dollaro, visto che le incertezze economiche globali hanno spinto gli investitori a rifugiarsi verso la sicurezza del biglietto verde.
«La Cina non è più destinata a eclissare gli Stati Uniti come maggiore economia al mondo in tempi brevi – e potrebbe non riuscire mai ad avanzare in modo coerente per rivendicare il primo posto mentre il crollo della fiducia verso il Paese diventa sempre più radicato».
E’ quanto scrive Bloomberg Economics, i cui analisti ora prevedono che ci vorrà fino alla metà degli anni 2040 perché il Pil cinese superi quello degli Stati Uniti.
Gli ultimi dati macro diffusi ieri parlano infatti di un Pmi servizi che cresce ai minimi da gennaio mentre Pechino pare abbia appena istituito una nuova agenzia per promuovere la crescita del settore privato. Intanto il premier Li Qiang si prepara a varcare la scena mondiale in occasione del G-20 (India, 9-10 settembre) al quale non prenderanno parte di presidenti Xi e Putin.
Il Brent è salito sopra i 90 dollari al barile per la prima volta da novembre, poiché i maggiori produttori dell’Opec+ hanno esteso i tagli alle forniture fino alla fine dell’anno. Con una mossa che rischia di dare un nuovo slancio inflazionistico all’economia globale, l’Arabia Saudita continuerà il taglio unilaterale della produzione di 1 milione di barili al giorno fino a dicembre, mentre la Russia manterrà la riduzione delle esportazioni di 300.000 barili al giorno.
L’aumento dei prezzi susciterà probabilmente malcontento negli Stati Uniti, dove l’amministrazione Biden cerca di allontanare la minaccia della benzina a 4 dollari al gallone. I prezzi sono attualmente al livello stagionale più alto da oltre un decennio, secondo il database Bloomberg. Un nuovo picco inflazionistico metterebbe sotto pressione i consumatori e rischierebbe di vanificare gli sforzi dei banchieri centrali di tutto il mondo per raffreddare l’inflazione. (riproduzione riservata)