Dopo una sessione in netto rosso a Wall Street (-3%) a causa della pressione sul settore tech e dei semiconduttori da parte del presidente Usa, Donald Trump, l’Asia rimbalza. Alle ore 7:50 italiane di giovedì 17 aprile, il Nikkei sale dell’1,1%, Hong Kong e Shanghai dell’1,2% circa. L’euro cede lo 0,5% 1,13148 dopo l’intervento del governatore della Fed, Jerome Powell, nella serata di mercoledì, in cui ha detto di non aver fretta di tagliare i tassi. Il rendimento del T bond Usa decennale sale intanto al 4,3% e i futures sul Nasdaq tornano positivi (+1%).
Powell ha avvertito ieri sera che le tensioni commerciali potrebbero compromettere gli obiettivi dell’istituto in materia di inflazione e occupazione. Nel frattempo, i mercati della Cina continentale salgono, sostenuti dai dati sul Pil del primo trimestre superiori alle attese.
Pechino starebbe chiedendo garanzie concrete al presidente Trump prima di accettare di riavviare i negoziati commerciali. Fonti asiatiche parlano di un intervento di investitori sostenuti dallo Stato cinese, con volumi di scambio in forte aumento su alcuni Etf legati ai principali indici. Tuttavia, i guadagni rimangono contenuti per l’incertezza legata all’imposizione imminente di nuove tariffe, mentre gli investitori faticano a orientarsi in uno scenario in continuo mutamento, segnato da misure di ritorsione reciproche fra Cina e Usa.
Secondo Goldman Sach, gli investitori americani potrebbero essere costretti a vendere 800 miliardi di dollari in azioni cinesi in uno scenario estremo di disaccoppiamento finanziario tra le due maggiori economie mondiali. Attualmente, circa il 7% della capitalizzazione di mercato delle American Depositary Receipts (ADR) di società cinesi (sono i titoli cinesi quotati a Wall Street) è detenuto da istituzioni statunitensi che potrebbero non avere accesso al mercato di Hong Kong.
Questo significa che gli investitori esteri non potrebbero operare sulle azioni cinesi tramite la piazza finanziaria asiatica se gruppi come Alibaba dovessero essere rimossi forzatamente dai listini statunitensi. Goldman si unisce ad altre banche d’affari nel valutare gli scenari peggiori per gli investitori, dato l’aumento delle tensioni commerciali tra Stati Uniti e Cina.
L’incertezza nel sistema commerciale globale ha provocato una forte volatilità nei mercati e alimentato i timori di recessione globale e disaccoppiamento strategico tra le due potenze. In caso di delisting forzato, si stima una riduzione delle valutazioni del 9% per gli ADR e del 4% per l’indice MSCI China.
Attualmente, gli investitori istituzionali statunitensi detengono circa 250 miliardi di dollari in ADR cinesi, pari al 26% del valore totale, 522 miliardi in azioni a Hong Kong (16% del totale) e circa 0,5% delle azioni onshore cinesi (A shares). Complessivamente, il valore supera gli 800 miliardi di dollari.
Goldman stima che gli investitori Usa potrebbero completare la vendita delle A shares in un solo giorno, ma servirebbero 119 giorni per uscire dal mercato di Hong Kong e 97 giorni per le ADR.
In questo scenario estremo, anche gli investitori cinesi potrebbero dismettere asset finanziari statunitensi per un totale di 1.700 miliardi di dollari, di cui 370 miliardi in azioni e 1.300 miliardi in obbligazioni.
Tra i fondi passivi Usa, il Kraneshares CSI China Internet Fund, il più grande Etf statunitense focalizzato sulla Cina, potrebbe essere tra i più colpiti da un’eventuale liquidazione forzata a causa del delisting delle ADR. Circa il 33% del fondo è composto da ADR, metà dei quali non sono quotati a Hong Kong, mentre il 72% è detenuto da investitori statunitensi.
In precedenza, JP Morgan aveva stimato che il delisting delle ADR cinesi potrebbe portare all’esclusione dagli indici globali, provocando deflussi passivi complessivi per circa 11 miliardi di dollari. (riproduzione riservata)