All’indomani del giorno dell’indipendenza Usa in cui il presidente Donald Trump ha annunciato dazi di ritorsione praticamente su quasi tutti i Paesi al mondo (oltre 180, tranne la Russia, ma il Moex a Mosca perde comunque l’1,3% oggi), l’Asia viaggia in forte calo. Alle ore 7:40 italiane, il Nikkei perde il 3,3%, Hong Kong il 2,14% e Shanghai lo 0,8%.
Giù anche l’oro dai massimi (-0,4% a 3.154 dollari per oncia), sotto stress il petrolio Wti americano (-2,6%) a 69,85 dollari il barile, mentre i mercati iniziano a subodorare aria di recessione. I futures sul Nasdaq sono in deciso calo (-3,55%).
Con l’ultima decisione, i dazi complessivi imposti alla Cina raggiungono il 54%, mentre l’Unione Europea e il Giappone affrontano tariffe elevate, rispettivamente del 20% e del 24%, l’Australia è soggetta a un’aliquota del 10%, che Trump ha definito il plateau minimo. In India, l’indice azionario ha perso 327 punti (-0,4%), scendendo a quota 76.300, a causa dei dazi al 26% sul Paese, accompagnati da una tariffa aggiuntiva del 25% sulle importazioni di componenti automobilistici nel Paese.
Pechino ha annunciato l’intenzione di adottare «contromisure risolute» contro i dazi imposti dall’amministrazione Trump sulle merci cinesi per difendere i propri interessi, ha dichiarato giovedì il Ministero del Commercio.
L’annuncio è arrivato dopo che Trump ha deciso di introdurre un ulteriore dazio del 34% sulle importazioni cinesi, che si aggiunge all’aliquota del 20% già imposta all’inizio dell’anno. Pechino ha sollecitato Washington a revocare queste misure unilaterali e a impegnarsi in un dialogo equo con i partner commerciali, senza tuttavia specificare le azioni di ritorsione che intende intraprendere.
Il governo cinese ha definito i nuovi dazi una violazione delle regole del commercio internazionale e un atto di «prepotenza unilaterale» che lede i diritti delle parti coinvolte. Ha inoltre avvertito che l’aumento delle tariffe non risolverà i problemi economici degli Stati Uniti, ma finirà per danneggiare gli interessi americani, destabilizzare il commercio globale e minacciare le catene di approvvigionamento.
«Non ci sono vincitori in una guerra commerciale e il protezionismo non rappresenta una strategia sostenibile», ha dichiarato il Ministero, sottolineando che molti Paesi hanno già espresso forte disapprovazione alle misure di Washington.
Le blue chip australiane sono scese di quasi il 2% giovedì, per poi assestarsi ad un -0,9% di fronte ai dazi statunitensi del 10% (il minimo applicato dagli Usa), uno tra i primi mercati globali a reagire all'annuncio del presidente americano Donald Trump. I settori dell'energia e dei servizi finanziari sono stati tra i più colpiti.
Sebbene abbia elogiato gli australiani come «persone meravigliose», il presidente americano ha accusato il Paese di vietare la carne bovina statunitense mentre esporta liberamente negli Usa.
L'analista agroalimentare di Anz Bank, Michael Whitehead, ha scritto che l'Australia in un certo senso se l'è cavata con leggerezza: «Il 10% sulla carne bovina australiana al momento è meglio di quanto molte persone si aspettassero, o meno peggio, diciamola così. E presumibilmente il 10% è una cifra che può essere in una certa misura assorbita in diversi punti lungo la filiera. Circa il 4,5% di tutta la carne bovina consumata in America è australiana e in gran parte finisce negli hamburger».
Il premier australiano Anthony Albanese ha detto che la mossa di Trump «non è stata l'atto di un amico». Di Albanese la decisine a inizio anno di non avviare contro dazi agli Usa per evitare ritorsioni, una scelta che pare oggi lungimirante. (riproduzione riservata)