Taglio dei costi e razionalizzazione del portafoglio marchi di Campari. In attesa di presentarsi ufficialmente al mercato il 4 marzo per illustrare i conti annuali del gruppo milanese, conti che però non portano la sua firma, la sfida del top manager britannico Simon Hunt per risollevare la marginalità di Campari parte dalla sforbiciata ai costi. Secondo quanto risulta a MF-Milano Finanza, a un mese dal suo insediamento il nuovo ad del colosso italiano degli spirits ha preparato un primo intervento di risparmi con cui provare a invertire la china di un ebitda (590,7 milioni di euro) che a livello organico nei primi nove mesi dello scorso anno ha segnato una diminuzione del 2%, in calo drastico a due cifre (-14%) nel solo terzo trimestre. Le forbici si abbatteranno sui costi fissi e in particolare su quello del lavoro. Con 25 stabilimenti in giro per il mondo e una rete distributiva propria in oltre 26 Paesi, Campari impiega quasi 5 mila persone. Il piano di Hunt prevede che a livello globale venga ridotto del 10% il numero dei dipendenti, da mettere subito fuori perimetro, percentuale dunque che corrisponde a circa 500 addetti. Di questi, 100 lavoratori sono in Italia, inclusa una ventina di dirigenti. A questo potrebbe poi aggiungersi un'ulteriore sforbiciata ad altri costi non ritenuti necessari.
Subentrato a metà gennaio ad un interim di quattro mesi del tandem composto dal cfo Paolo Marchesini e dal general counsel Fabio Di Fede (una soluzione tampone alla burrascosa uscita a settembre di Matteo Fantacchiotti), Hunt ha ereditato una difficile situazione di Campari che come tutto il mercato sta soffrendo il rallentamento delle vendite dopo il boom post-Covid. L'andamento ha sortito effetti vistosi anche in borsa per tutti i titoli del settore. Al di là delle forti difficoltà del beverage in Cina legate ai dazi imposti da Pechino e che poco impattano sul business di Campari (prima dell'acquisizione del cognac Courvoisier, le vendite nette in Asia valgono il 2% dei ricavi), per il colosso degli spirits controllato dalla Lagfin di Luca Garavoglia, presidente del gruppo (al 51,4% di Campari e l'82,5% dei diritti di voto), la debolezza si è manifestata soprattutto negli Stati Uniti. Grazie agli aperitivi a base di Aperol e Campari e alla tequila messicana Espolon, il mercato a stelle e strisce vale circa un terzo dei ricavi del gruppo, area in cui nell'ultimo biennio oltre al cambiamento dei gusti dei consumatori, il business sta scontando anche gli aumenti dei prezzi e le ombre sugli effetti cancerogeni dell'alcol. Per Campari, all'orizzonte ci sono i nuovi dazi che l'amministrazione Trump potrebbe introdurre in primis nei confronti dell'import dal Messico di tequila e gli effetti sul consumo di alcolici in Italia conseguenti all'entrata in vigore del nuovo Codice della Strada.Nell'ultimo anno il titolo Campari ha perso il 46% (ieri valeva 5,37 euro). Oltre ai costi, Hunt si focalizzerà sulla cessione dei brand non strategici per liberare risorse da impiegare sui marchi principali e quelli premium. (riproduzione riservata)