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Brexit, atto II: al vertice di Londra si tenta il riavvicinamento con l’Ue
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Brexit, atto II: al vertice di Londra si tenta il riavvicinamento con l’Ue

09 maggio 2025, 20:00

Il 19 maggio il primo ministro Keir Starmer ospiterà nella City il primo summit post-Brexit con l’Unione europea. Al centro dell’agenda una nuova integrazione dei servizi finanziari e commerciali 

Tra meno di due settimane, nel cuore di Londra, si svolgerà un incontro che potrebbe segnare un punto di svolta nella relazione tra il Regno Unito e l’Unione Europea. Il primo ministro inglese, Keir Starmer, ospiterà il primo vertice post-Brexit con la presidente della Commissione, Ursula von der Leyen, e il presidente del Consiglio europeo, António Costa, il prossimo 19 maggio.

Nella City già lo chiamano «vertice del reset». Ovvero l’opportunità di introdurre una nuova dinamica nelle relazioni tra Londra e Bruxelles a cinque anni dalla Brexit, ampliando la portata degli accordi tra le due sponde della Manica.

Il vertice del reset

Attualmente il commercio tra i due blocchi è disciplinato dagli accordi sugli scambi commerciali e la cooperazione (Tca). E vale la pena sottolineare che il Regno Unito è ancora il secondo partner commerciale dell’Ue. Il 42% delle esportazioni britanniche è destinato all’Unione e il 52% dell’import proviene dall’Ue. Ma l’accordo di libero scambio è purtroppo un’intesa ancora lontana dal più ambizioso obiettivo di integrazione al mercato unico.

Eppure la cooperazione commerciale e regolamentare, secondo due recenti policy brief realizzati da Bruegel, gioverebbe a entrambe le parti. Soprattutto alla luce dei nuovi interrogativi sul ruolo degli Stati Uniti e sulla traiettoria del dollaro. Non è un caso che uno dei dossier centrali del vertice del 19 maggio sarà proprio il futuro della finanza. Il rapporto «Make finance part of the Eu-Uk post-Brexit reset» del think tank lo evidenzia chiaramente: i servizi finanziari devono essere integrati nel nuovo assetto delle relazioni.

Punti di uscita e punti di ingresso

Dopo la Brexit circa il 10% degli asset del settore bancario del Regno Unito – per un valore stimato di oltre 1.200 miliardi di euro – e circa 40 mila posti di lavoro sono stati trasferiti verso Parigi, Francoforte, Dublino, Lussemburgo e Amsterdam. A questo si aggiunge la fragilità transfrontaliera legata alla Brexit. Nel report si legge che «il Lussemburgo detiene circa 5,5 trilioni di euro di asset in gestione, più del Regno Unito e quasi il doppio di Germania o Francia. Tuttavia si ritiene che molte società di gestione patrimoniale in Lussemburgo siano perlopiù entità a scatola chiusa, con un vero e proprio processo decisionale a Londra».

Ma è decisamente poco utile al Regno Unito che le imprese britanniche siano alla costante ricerca di punti di ingresso nell’Ue per agevolare le attività transfrontaliere. Ragion per cui un accordo su standard comuni e oneri di conformità potrebbe aiutare entrambe le parti», notano dal think tank. Di fatto la Brexit ha disgregato quello che era il più importante mercato finanziario europeo. Utilizzando la capitalizzazione totale del mercato come indicatore delle dimensioni dei mercati dei capitali, il peso dei 27 Paesi dell’Unione è inferiore a quello della Cina. Ma messe insieme, Ue e Uk, rappresentano il secondo mercato dei capitali più grande del mondo.

Un fronte comune per la sovranità finanziaria europea

Londra ha perso peso, ma non centralità. Specialmente se si considerano gli investimenti diretti esteri. Il Regno Unito è al secondo posto per Ide (dopo gli Stati Uniti di Donald Trump) e rappresenta il 25% di tutte le acquisizioni e il 21% dei progetti greenfield nel mercato unico. Sebbene i livelli totali siano diminuiti di circa un quarto negli ultimi cinque anni, secondo Bruegel, la City può ancora fungere da punto d’ingresso privilegiato per molte imprese extra-europee che intendono operare nel continente.

Ed è per questo che, tornando al vertice, sul tavolo del summit Starmer-VdL ci saranno almeno due proposte di partenariato: da un lato la costruzione di un meccanismo di cooperazione-regolatoria e dall’altro l’abilitazione a forme di accesso controllato ai mercati (per esempio nei settori dell’intermediazione finanziaria, fintech, finanza sostenibile e gestione patrimoniale). Perché non si tratta solo di facilitare il business tra Uk e Ue, ma si tratta di contenere l’erosione di sovranità finanziaria europea a favore di piazze esterne, in primis New York e Singapore.

Ma servono soluzioni politiche

Bruxelles è cauta, ma non sorda. Il fabbisogno di investimenti privati dell’Unione Europea è in aumento, anche se il progetto di integrazione dei mercati dei capitali è in stallo. Per entrambi gli attori, non trovare una forma di collaborazione finanziaria significherebbe lasciare spazio a regole altrui. E con effetti duraturi. Ma serve un cambio di mentalità.

Soprattutto perché, fanno notare gli autori del report, i servizi finanziari sono generalmente esclusi dai negoziati commerciali. «Quindi, dato che le regole dell’Ue e del Regno Unito non si muoveranno mai più di pari passo, sono necessarie soluzioni politiche. E un’alternativa sarebbe quella di garantire che grandi imprese e investitori rispettino determinati standard comuni». Perché oltre alle grandi strategie, c’è la realtà quotidiana delle imprese. E se il sistema è già frammentato, si teme che lo diventi ancora di più con i dazi imposti dall’amministrazione Trump.

Non solo dazi, c’è anche la Cina

Il primo ministro inglese Starmer è da poco riuscito a trovare un accordo determinante con Donald Trump sulle tariffe. Ma, parlando con i media inglesi, ha insistito sul fatto che il Regno Unito non intende scegliere fra la partnership con il grande alleato americano e quella con i Paesi dell’Ue: «Credo sinceramente che possiamo avere una buona relazione e un accordo commerciale con gli Usa e una buona relazione e un buon accordo con l’Unione Europea», ha detto il primo ministro laburista.

È innegabile che ci sia un interesse comune a migliorare le relazioni tra le due sponde della Manica. Anche perché, oltre gli Usa, c’è la Cina che spinge sempre più sull’utilizzo dello yuan digitale nelle transazioni commerciali bilaterali, riducendo la centralità del dollaro e rendendo più complessa l’interoperabilità. (riproduzione riservata)



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