I gilt britannici tornano protagonisti, trainati dall’impennata dei rendimenti a lungo termine. Anche se formalmente fuori dall’Europa dopo la Brexit, il Regno Unito, volente o nolente, continua a farne parte. Con i tassi Bce ora a un modesto 2%, il mercato obbligazionario inglese è una valida alternativa rispetto all’area euro e agli stessi Btp italiani. Soprattutto ora che il rendimento del gilt a 30 anni è su livelli mai visti dalla fine degli anni ’90 e quello del 10 anni dal 2008. Per la prima scadenza, il rendimento è salito addirittura di 70 punti base in un anno: un balzo rilevante.
Un trend a cui vanno affiancati una correlazione della sterlina prossima allo zero rispetto alle altre divise e un rating creditizio non solo di elevato standing (AA per S&P contro, ad esempio, BBB+ dell’Italia), ma anche stabile nel tempo, con un rapporto debito-pil che, però, negli ultimi anni si è mantenuto attorno al 95%. Elementi particolarmente apprezzati da chi costruisce portafogli diversificati, ove lo scopo finale è sì sostenere i rendimenti attesi, ma anche mantenere una minor volatilità possibile. E anche in relazione alla patata bollente che attanaglia da un paio di mesi tutti i governi mondiali, la situazione è vantaggiosa: il 4 giugno sono entrati in vigore i dazi raddoppiati al 50% sulle importazioni in Usa di acciaio e alluminio dal resto del mondo, considerazione non valida per la Gran Bretagna. Che, al momento, è l'unico Paese ad aver siglato, lo scorso mese, un accordo commerciale con gli Stati Uniti.
Un trattamento di favore che genera ancora più appeal per i titoli di Stato britannici, facilmente raggiungibili da qualsiasi tipologia di investitore, italiano compreso. Tanto che la curva delle emissioni governative inglesi evidenzia uno yield lordo a scadenza del 4% annuo sugli impieghi a due anni, che sale al 4,65% annuo sul decennale e persino al 5,4% annuo sul trentennale (dati al 4 giugno 2025). Valori molto consistenti, rispetto a quanto pagato da sottostanti con merito di credito simile nell’area euro. Ad esempio, la Francia, sulle scadenze decennali, paga oggi il 3,17%, la Germania il 2,5%, ma anche l’Italia (che ha un rating non certo comparabile a quello inglese) paga il 3,48% annuo. Guardando poi al tanto discusso Treasury Usa, i bond in sterline mantengono un buon vantaggio -con le emissioni in dollari che si fermano al 4,42% sul decennale - con un rischio di cambio inferiore.
Dando un’occhiata alla dinamica della valuta inglese, la correlazione tra il cambio euro-sterlina e l’euro-dollaro Usa negli ultimi tre anni è prossima a 0,20, quella rispetto al cambio euro-franco svizzero scende persino a zero. Questo elemento permette di comprendere i vantaggi associati al mantenere posizioni (obbligazionarie o azionarie) in sterline inglesi. Peraltro, il cambio euro-sterlina ha registrato un andamento piuttosto stabile negli ultimi anni, oscillando nel range 0,82-0,93 dal 2017 (post Brexit). In termini grafici, ogni occasione di indebolimento del pound rispetto all’euro verso 0,86-0,87 appare una buona opportunità per posizionarsi a favore della divisa inglese, ma si tratta di una scelta più tattica che strategica.
Chi, dunque, volesse puntare direttamente ai Gilt, e non teme la volatilità dei tassi (lo scorso 8 maggio, con una decisione non unanime, la BoE ha tagliato il costo del denaro di 25 punti base al 4,25%, il quarto intervento al ribasso dall’estate 2024) potrebbe optare per il bond del Regno Unito 2041 che rende il 5,22% annuo in sterline, mentre chi non vuole troppe oscillazioni di prezzo deve rinunciare a parte di tale rendimento e accorciare la duration (nella tabella sotto è segnalato un titolo di Stato scadenza 2027). Interessanti anche le singole emissioni obbligazionarie societarie, complice l’evoluzione positiva della qualità del credito: secondo i dati di Moody’s più recenti, ad aprile il tasso di default per gli emittenti speculativi è sceso, a livello globale, al 4,1%, dal 4,6% di marzo, al di sotto della media storica di lungo periodo (4,2%). Interessante, in quest’ottica, tra i bond corporate Intesa Sanpaolo 2030 (taglio 100 mila sterline) che rende il 5,15% annuo lordo, stesso emittente ma scadenza più lunga (2032, XS2745706445) che rende il 4,97% annuo o Barclays 2045 (5,78% annuo).
Ma per l’investitore che preferisce scelte di ancor più agile accesso ci sono a disposizione alcuni Etf che inglobano numerose emissioni denominate in sterline. Guardando al mercato monetario sono disponibili, su ETFplus, gli Etf Pimco Sterling Short Maturity (IE00B622SG73) e Xtrackers II Gbp Overnight Rate Swap (LU0321464652), ma la maggior redditività la si ottiene allungando le scadenze e accedendo a mercati esteri come quotazione. Ad esempio, attraverso l’Etf iShares Core Uk Gilts (IE00B1FZSB30), che evidenzia uno yield annuo del 4,5% (Ter, l’indicatore del costo annuo, limitato allo 0,07%), oppure iShares Gbp Index-Linked Gilts (IE00B1FZSD53) che ingloba bond inflation linked di sua Maestà.
In Germania, inoltre, ci sono sottostanti in sterline ancora più performanti, come l’Etf Spdr Bloomberg Sterling Corporate Bond (IE00B4694Z11) che, puntando alle emissioni societarie, raggiunge un rendimento a scadenza del 5,4% annuo, con una duration inferiore a 6 anni. Oppure si potrebbe allungare la scadenza media rimanendo in ambito governativo, ad esempio attraverso l’Etf Spdr Bloomberg 15+ Year Gilt (IE00B6YX5L24) che esprime uno yield del 5,26% annuo su una duration di 16 anni.
(riproduzione riservata)