Nel mio Discorso al mercato del 16 giugno 2019, subito dopo la nomina a presidente della Consob, ho attirato l’attenzione sulla diffusione di strumenti «virtuali» come le cryptocurrency, avvertendo che erano opache e rischiose in quanto registrate solo su computer con tecniche contabili criptate e decentrate a blocchi (blockchain) o diverse da queste (Dlt). Dopo la crisi finanziaria mondiale del 2008 gli investitori privati avevano perso fiducia sugli strumenti «tradizionali» e accolto con entusiasmo Bitcoin e altre crypto.
Su questo nuovo business pochi operatori mondiali avevano posto il loro dominio, scalzando gli intermediari tradizionali e le autorità di regolazione e vigilanza. Data che la loro crescita avveniva nella sfera informatica (infosfera) emergeva anche la necessità di un urgente accordo internazionale sull’uso monetario e finanziario dei nuovi strumenti, come quello che a Bretton Woods nel 1944 aveva regolato il sistema degli interscambi monetari e finanziari mondiali. Le autorità di governo si sono mosse con una lentezza esasperante e, di fronte alla crescita disordinata delle crypto, il 28 aprile 2021 la Consob e la Banca d’Italia lanciarono un avvertimento sulla loro rischiosità che rimase inascoltato, se oggi 3,6 milioni di italiani le possiedono.
Nonostante il tema sia stato diffusamente esaminato a livello pubblico e privato, nessuna regolamentazione che abbracci l’intera problematica è andata in porto a livello nazionale e, ancor meno, internazionale. Come accadde per i derivati, le autorità hanno praticato una politica di benevola disattenzione sia per le crypto come tali, sia per le ibridazioni con strumenti tradizionali regolati alle quali avevano dato vita (per esempio, usandoli direttamente come prestiti o come collateral di derivati), ignorando che all’origine essi non hanno un debitore. I privati sono ovviamente liberi di accollarsi rischi, purché non li usino per fini illeciti, reati la cui vigilanza non è facile da accertare per la natura criptata e decentrata della contabilità, impenetrabile per le forme blockchain. Questo, tuttavia, è solo un aspetto importante della loro esistenza, ma le conseguenze sono ben più gravi: esse hanno infatti complicato i modi di funzionamento dei mercati monetari e finanziari, creando una ricchezza pattizia, ma fittizia, che rende meno efficace la trasmissione delle scelte di politica monetaria e il raggiungimento della stabilità finanziaria, minando l’azione di vigilanza pubblica sui mercati mobiliari, faticosamente affinata nel tempo per proteggere gli investitori.
L’ispirazione delle poche e incomplete regolamentazioni decise, alcune tuttora oggetto di esame (come il MICAr di iniziativa europea), è che si dovesse estendere alle crypto le regole degli strumenti tradizionali e non viceversa. Le proposte avanzate insistono che le tecniche contabili decentrate devono essere considerate neutrali per gli equilibri di mercato, mentre sono il problema da regolare. Gli economisti e, di converso, le autorità ben sanno che le regolazioni degli strumenti tradizionali inducono il mercato ad aggirarle, inventando nuovi strumenti; il processo regolatorio è un continuum, possibile in regime di common law, come quello anglosassone, ma difficile e lento nei regimi di civil law, come quello europeo.
Dopo alterne vicende nel corso delle quali le autorità hanno contenuto l’espandersi del fenomeno, affidandolo all’autoregolamentazione degli operatori e intervenendo sugli eccessi o con vincoli posti alla presenza degli intermediari regolati, la Corte di appello del Distretto di Columbia degli Stati Uniti ha imposto alla Sec di revocare il divieto di legittimare gli Etf spot sui Bitcoin, che essa aveva negato a un operatore del settore. Non senza dispute al suo stesso interno, il 10 gennaio di quest’anno la Sec ha deciso di seguire l’interpretazione della Corte, conciliandola con la sua indipendenza attraverso la considerazione che il settore aveva raggiunto una dimensione significativa che l’obbligava a intervenire.
L’autorizzazione concessa, infatti, si è estesa a 11 operatori di Etf sui Bitcoin, inducendo il presidente della Sec Gary Gensler ad avvertire che l’opacità causata da contabilità decentrate a blocchi impedisce di accertare se attraverso queste contrattazioni passano i reati di riciclo di danaro sporco, truffe e finanziamenti al terrorismo. Siamo quindi tornati indietro, dopo anni di affinamenti regolamentari nelle tre materie indicate, accettando conseguenze gravi anche per il buon funzionamento del mercato degli strumenti tradizionali. Sarebbe stato più logico che l’autorizzazione fosse stata sottoposta alla condizione di trasparenza delle operazioni, ossia avesse escluso le soluzioni contabili blockchain.
La decisione della Sec apre la strada all’estensione degli Etf sui Bitcoin a tutte le cryptocurrency, peraltro già presenti in alcune basi di contrattazione, con la conseguenza di legittimare in modo irreversibile strumenti che nascono dal nulla e sono privi di una consistenza effettiva. Per seguire le complessità di questo mercato le autorità di vigilanza si devono dotare di un sistema informatico adeguato, che oggi manca, creando l’illusione che le crypto e le loro ibridazioni degli strumenti tradizionali godano di protezione legale, mentre questa non è ancora pienamente operante.
Il superamento di questa debolezza regolatoria richiede una modifica sostanziale dell’architettura istituzionale della vigilanza monetaria e finanziaria per meglio proteggere il risparmio e incanalarlo verso il finanziamento dell’attività produttiva; per raggiungere questo scopo occorre innanzitutto parificare il trattamento della moneta con quello della finanza, eliminando per esempio il bail-in ed estendendo le garanzie dei depositi alle attività finanziarie; queste iniziative sono già state proposte, ma si sono arenate nel pantano dei problemi da risolvere.
I capisaldi di questo riesame sono che la moneta deve essere una sola e la sua emissione monopolio pubblico ma, guardando alla diffusione delle tecniche contabili, essa va collocata in meccanismi decentrati gestiti direttamente dai detentori sotto il controllo delle autorità; non basta la mera digitalizzazione della moneta, anche perché già operante, ma la gestione deve passare nelle mani dei prestatori di servizi di pagamento il cui oggetto, la moneta come unità di conto, è governata dagli Stati. Anche la finanza, o meglio le attività finanziarie che hanno dietro un debitore conosciuto, dopo aver positivamente vissuto l’esperienza della decartolarizzazione, deve anch’essa passare alla contabilità decentrata (la tokenizzazione) per gestire il risparmio facendo uso dei metodi messi a punto dalla Scienza dei dati, rafforzati dalle macchine che imparano operando. Questa semplificazione istituzionale abbatterebbe le rendite da diversa regolamentazione tra strumenti e operatori che godono di speciali privilegi (soprattutto banche, ma anche intermediari e piattaforme tecnologiche libere di operare in crypto). Ma soprattutto la nuova architettura renderebbe più efficace la trasmissione delle scelte di politica monetaria e la protezione del risparmio in regime di libera concorrenza.
Sulle operazioni di trading sui Bitcoin e simili i bravi gestori lucreranno commissioni e i più abili guadagni, ma il risparmio trarrà pochi benefici e, di conseguenza non ne trarrà l’economia reale. Se le tecnologie contabili decentrate verranno estese ai comparti tradizionali regolati, esse possono far fare una salto di qualità notevole all’uso del risparmio.
La mia conclusione è che le crypto nate senza un debitore sollevano più problemi a tutti rispetto ai vantaggi che creano a pochi. La comprensione dell’insieme di questi problemi necessita di una conoscenza di come funziona un’economia di mercato regolato. Finché manca questa conoscenza e le autorità seguono un approccio di benign neglect, chi investe in crypto deve essere conscio dei rischi che corre per l’assenza di adeguata protezione legale e delle possibilità di una perdita anche totale dei propri risparmi in essi investiti. (riproduzione riservata)
*Presidente della Consob