La nuova tassazione sulla plusvalenze del bitcoin e più in generale delle criptovalute, alzata in manovra dal 26% (aliquota propria della maggior parte delle rendite finanziarie) al 42%, ha subito provocato forti maldipancia, soprattutto tra gli exchange, le borse private che svolgono attività di intermediazione sulle criptovalute e che ora potrebbero vedere il giro d’affari minacciato in modo importante.
La mossa dell’esecutivo ha comunque logica: secondo quanto spiegano fonti vicine alla stesura della norma, l’esecutivo ha ragionato in ottica di funzione sociale del risparmio. Considerata la natura delle criptovalute, reputate un asset speculativo senza un valore d’uso specifico che possa essere messo al servizio dell’economia reale e della crescita del Paese, il governo ha ritenuto opportuno tassarle in misura maggiore rispetto ad altri strumenti finanziari, bancari o pensionistici, non incasellandole peraltro in nessuna di queste casistiche.
Insomma, la nuova tassazione ha lo scopo di disincentivare l’investimento del risparmio italiano nelle criptovalute (gli italiani a luglio scorso ne avevano in tasca per un valore di 2,7 miliardi di euro) affinché venga invece indirizzato verso attività legate all’economia reale. Al contempo il provvedimento dell’esecutivo conferma lo scetticismo verso uno strumento considerato troppo volatile e rischioso, anche per via della mancanza di un sottostante.
Quanto alla possibilità che la tassazione innalzata al 42% crei un’iniquità tra strumenti finanziari potenzialmente incostituzionale, fonti romane fanno notare che di fatto si tratta di un provvedimento di natura fiscale, equiparabile alla tassazione agevolata su Btp e titoli di Stato al 12,5%, in scia a quanto fatto da altri Paesi europei in base alla destinazione d’uso del risparmio e alla durata finanziaria degli investimenti. Anche se in questo caso la manovra prevede una revisione al rialzo dell’aliquota. (riproduzione riservata)