Si possono incassare 4 milioni di euro, sotto forma di patto di non concorrenza, dopo che qualche giorno prima il titolo ha bruciato in una sola seduta 750 milioni di euro? È il caso di Massimiliano Belingheri, fondatore di Bff Bank e per più di un decennio amministratore delegato della stessa banca specializzata nel factoring, che ha rassegnato le dimissioni dalla carica pochi giorni dopo l’ennesimo tonfo in borsa dell’istituto.
Non solo: pochi giorni dopo le dimissioni annunciate il 2 febbraio, è emerso che la procura di Milano sta indagando almeno da fine del 2023 per un’ipotesi di falso in bilancio e che la Banca d’Italia ha avviato una nuova ispezione sull’istituto da fine del 2025. Il che ha provocato un’ulteriore caduta del titolo, scivolato a 3,5 euro, con altri 200 milioni di euro bruciati.
Dando l’occasione allo stesso ex ceo di comprare ben 100 mila azioni venerdì 20, spendendo 334 mila euro. Eppure il cda della banca, con il nuovo ad Giuseppe Sica, è convinto che l’esperienza e il know how di Belingheri, che rimarrà comunque nel consiglio con una carica non esecutiva, siano talmente ricercati da costituire una minaccia per la banca, se dovesse trovare altri sbocchi professionali.
Del resto la storia della stessa Bff Bank è intrecciata a doppio filo all’imprenditore-manager bergamasco. È stato lui a fondarla; resta un azionista di peso con il 6% del capitale, circa poco più di 11 milioni di titoli posseduti direttamente e dai familiari nella holding lussemburghese Scalve sarl. Fu lo stesso Belingheri a quotare la banca nel 2017 vivendo un lungo periodo di gloria: da poco più di 4 euro dello sbarco in borsa a oltre 12 euro nel marzo 2024. Poi nulla è stato più come prima.
La prima brusca correzione in Borsa è giunta dopo i risultati dell’ispezione di Banca d’Italia dell’aprile 2024, che rivelarono una serie di inadeguatezze nella gestione, soprattutto sulla modalità di classificazione dei crediti verso la pubblica amministrazione.
Bankitalia impose il passaggio di oltre 1,5 miliardi dei crediti a bilancio da bonis a past due (scaduti). Lo scossone fu pesante, con il titolo tracollato da 12 a 7 euro. Per la banca, che vantava al mercato un rischio di credito pressoché inesistente in virtù del fatto di ritenere che i prestiti verso la pubblica amministrazione (le Asl soprattutto) fossero comunque alla fine sempre garantiti dallo Stato, la nuova classificazione aveva comportato un forte incremento delle coperture, impattando sull’asset quality.
Eppure, la banca sembrava non risentirne, presentando ricavi sempre crescenti anche nel 2024 e utili pari a oltre il 40% dei ricavi. Poi a fine dello scorso gennaio, una nuova doccia fredda. Belingheri ha rassegnato le dimissioni da ceo, è subentrato Sica che ha dichiarato che i conti del 2025 avrebbero subìto una drastica correzione con una serie di misure straordinarie legate alla gestione del rischio del portafoglio factoring e alla pulizia dei conti.
Misure che includono accantonamenti straordinari per circa 95 milioni nel 2025 e si inseriscono in una più ampia revisione interna volta a rafforzare la sostenibilità futura della redditività. Sica ha annunciato anche una profonda revisione al ribasso dei target 2026, con un taglio degli utili netti rettificati dai 240 a 160 milioni, un utile per azione ridotto a 0,8 euro dai precedenti 1,3 e un rapporto costi/ricavi in crescita al 50% dal 40% previsto.
Un vero e proprio profit warning, che ha visto il titolo crollare alla soglia dei 4 euro, bruciando in una seduta oltre 750 milioni di capitalizzazione e di fatto scendendo ai prezzi della prima quotazione del 2017. Poi il nuovo scossone con le notizie dell’indagine e della nuova ispezione di Banca d’Italia, che hanno fatto precipitare l’azione a 3,5 euro.
Belingheri, nonostante la tempesta che si è abbattuta sul gruppo, ha lasciato la tolda di comando con una ricca buonuscita, ritagliata come patto di non concorrenza. Che si aggiunge al fatto che, nel corso della sua carriera, è stato uno dei banchieri più pagati d’Italia, nonostante le piccole dimensioni dell’istituto.
Solo nel 2024 l’ex ad ha beneficiato di una remunerazione totale di quasi 4 milioni di euro suddivisa tra stipendio fisso di 1,36 milioni, bonus e incentivi per arrivare a 2,12 milioni e un fair value dei compensi in equity per 1,76 milioni. Negli anni precedenti il fisso di Belingheri è stato ancora più alto: 2,3 milioni nel 2022 cui aggiungere bonus e piani di incentivazione. Remunerazione variabile su cui la stessa Banca d’Italia aveva sollevato più di una perplessità nel tempo.
L’ex ad avrebbe anche fatto nel 2024 una serie di sacrifici: una rinuncia alla parte eccedente nel rapporto 2 a 1 tra parte variabile e fissa; la rinuncia al bonus Mbo del 2024 e la rinuncia alla terza tranche del piano di incentivazione del 2022. Sacrifici ora in buona parte compensati da quei poco più di 4 milioni che il cda ha approvato come patto di non concorrenza.
Resta il fatto che la famiglia Belingheri può ancora contare su poco meno di 11 milioni di titoli della banca, che ai prezzi attuali valgono circa 38 milioni di euro. E nella scatola lussemburghese della famiglia, la Scalve sarl, sono arrivati dividendi per 4,9 milioni nel 2024 e per 7,7 milioni nel 2023.
Dai massimi raggiunti da Bff Bank di oltre 2,2 miliardi capitalizzazione, il valore bruciato è stato di oltre 1,5 miliardi in neanche due anni. Una parabola costata cara anche a Belingheri, socio con il 6% delle azioni, oltre che a tutti gli azionisti. Che però non possono consolarsi con le sue ricche buonuscite. (riproduzione riservata)