La Bce valuterà i dati economici in arrivo ma salvo sorprese significative non si muoverà nella riunione di ottobre, rinviando con ogni probabilità a dicembre il terzo taglio dei tassi, dopo quelli di giugno e della scorsa settimana. Questa linea è apparsa ancora più probabile ieri ai mercati dopo le parole del capoeconomista Bce Philip Lane: «Un approccio graduale alla riduzione della restrizione monetaria sarà appropriato se i dati in arrivo saranno in linea con le proiezioni di base», ha detto ieri a Lussemburgo. «Allo stesso tempo dovremmo mantenere la possibilità di scegliere la velocità dell’aggiustamento» in base all’andamento di inflazione e crescita, ha aggiunto Lane. I mercati stimano al 25% (dal 40-50% dei giorni scorsi) la probabilità di una sforbiciata a ottobre.
Gli economisti delle banche d’affari comunque vedono più rischi sul pil rispetto a quelli sui prezzi. Perciò molti ritengono che l’anno prossimo la Bce dovrà accelerare il ritmo delle riduzioni: in questo caso i tagli sarebbero ogni riunione, non più ogni tre mesi (si veda sul tema MF-Milano Finanza del 14 settembre). In media, secondo un sondaggio condotto dalla Bce a fine agosto, gli analisti prevedono un tasso neutrale al 2,25% (dall’attuale 3,5%) dal quarto trimestre del 2025.
Lane ha osservato che l’inflazione dovrebbe fluttuare nei prossimi mesi. L’aumento dei prezzi nell’Eurozona dovrebbe essere «basso a settembre, prima di risalire a fine anno». Inoltre la crescita dei salari negoziati rimarrà «elevata e volatile nel resto dell’anno, dato il ruolo significativo dei pagamenti una tantum in alcuni Paesi e la natura scaglionata degli aggiustamenti salariali».
Così la Bce dovrebbe restare in posizione attendista a ottobre, anche considerando i pochi dati in arrivo prima di allora. Oltre all’inflazione di settembre, saranno pubblicati i nuovi indici Pmi, i sondaggi telefonici presso le imprese e quelli sul credito alle banche. Ma è difficile pensare che in questi ambiti possa vedersi un andamento tale da spaventare la Bce.
Un aspetto da monitorare riguarda però il tasso di cambio e le decisioni della Fed. La banca centrale americana inizierà domani il ciclo di tagli con una manovra da 25 o 50 punti base. In caso di maxi-riduzione aumenterebbero le pressioni sulla Bce. Francoforte guarda soprattutto alle indicazioni che arriveranno sull’economia Usa: in caso di forte frenata negli Stati Uniti, l’effetto sull’Eurozona sarebbe disinflazionistico.
Nella riunione del 12 settembre la Bce ha espresso una crescente fiducia sul ritorno duraturo dell’inflazione al 2% nella seconda metà del 2025. Anche il carovita nei servizi (alto non solo a causa del turismo nel Sud Europa) e l’aumento dei salari (forte nel Nord Europa) rallenteranno l’anno prossimo.
La scommessa della Bce riguarda la crescita dei consumi (a lungo attesa, ma non ancora osservata) e la resistenza del mercato del lavoro. Senza ripresa economica, i posti di lavoro potrebbero segnare le prime significative battute d’arresto, come già si vede in alcune grandi aziende tedesche. La Bce confida in uno scenario «goldilocks» con il ritorno dell’inflazione al 2% e un soft landing dell’economia.
Ma l’incertezza frena ancora consumi e investimenti. Gli indici anticipatori sulla fiducia di imprese e privati non mostrano segnali di ripresa. In ogni caso la crescita, se arriverà, sarà solo un piccolo rimbalzo dopo la stagnazione in corso da fine 2022. Le questioni strutturali dell’Eurozona, come quelle evidenziate nel rapporto di Mario Draghi, restano senza risposta.
Anche la presidente Bce Christine Lagarde ha fatto capire venerdì che un taglio a ottobre potrebbe essere guidato solo da un forte shock economico. Ieri Peter Kazimir, falco slovacco del consiglio direttivo, ha detto che «quasi sicuramente si dovrà aspettare fino a dicembre per avere un quadro più chiaro sulla prossima mossa». (riproduzione riservata)