Il prossimo 7 marzo si terrà la riunione del Consiglio Direttivo della Bce dedicata ai temi della politica monetaria. Stando a ciò che ha detto il governatore della Banca d'Italia, Fabio Panetta, in occasione del congresso Assiom-Forex di Genova del 10 febbraio, a marzo il programmato esercizio di previsione dell'istituto offrirà elementi per valutare le prossime azioni di politica monetaria.
Nella parte precedente del suo intervento Panetta aveva sostenuto che, nel complesso, esisterebbero i presupposti per un allentamento monetario, tra le altre motivazioni ritenendo esigua la probabilità di un ipotetico rafforzamento della dinamica salariale che desse avvio a una tardiva rincorsa salari-prezzi. Nei giorni successivi, però, erano state emesse discordanti dichiarazioni di altri esponenti della banca centrale, a cominciare dalla presidente Christine Lagarde con valutazioni «cerchiobottiste» che, in successivi interventi, sono divenute più precise, lasciando chiaramente intendere che di un taglio dei tassi si parlerebbe solo a giugno (il 6).
A questo punto, ci sarebbe da chiedere il senso della seduta del 7 marzo e dell'annunciata valutazione dell'esercizio previsivo (se sarà confermato). Naturalmente, ciò segnala una sorta di molto singolare predeteminazione, ad opera del vertice, delle possibili decisioni di un organo collegiale qual è il Direttivo chiamato a dibattere, come si è detto, sull'azione di politica monetaria. Questa singolarità presumibilmente si afferma anche con l'informale consenso di chi in ipotesi ritenga che la riduzione dei tassi di riferimento debba essere decisa tempestivamente senza attendere giugno perché, diversamente, in presenza di solide non facilmente modificabili posizioni favorevoli a un taglio, dopo un coerente esame del noto esercizio, la presidente non avrebbe assunto l'accennato aprioristico orientamento. Ancora una volta, si deve comunque rilevare quel che non funziona nella Bce, a cominciare dalla comunicazione e dalla babele di voci e contro-voci che si esprimono alla stregua di ciò che può accadere in un partito politico con notevoli divisioni al suo interno. A volte, sembra che negli interventi pubblici e nelle dichiarazioni ci si manifesti perentori e tenaci, ma poi nella fase preparatoria e decisionale questi caratteri non sono più evidenti.
Lungi da me il solo dubitare di atteggiamenti double face, che vanno subito esclusi. Ma importante è non solo essere, bensì anche apparire in una attività svolta da banchieri che Schumpeter, in generale, definiva come «efori» dell'economia. Se a tutto ciò aggiungiamo la dura posizione deliberata il 27 febbraio dall'Europarlamento che, nella sua relazione annuale sull'istituto in questione, lo ritiene responsabile, con la Lagarde, di avere considerato passeggero l'aumento dell'inflazione, quando tale non era affatto, con il rischio di comprometterne l'autorevolezza e di farlo ulteriormente se l'inflazione non sarà rapidamente ridotta, si deve concludere che vi è non poco da rivedere, riformare, rilanciare, a cominciare dalle previsioni e dai relativi modelli.
Da lungo tempo sosteniamo su queste pagine una linea similare. È l'intera impostazione della politica monetaria che va sottoposta, con la comunicazione, a una vera, seria revisione. Di questa esigenza riscontriamo continuamente conferme, ma, al tempo stesso, rileviamo una specie di «atarassia» dei vertici, per non dire peggio, che optano verosimilmente per lasciare tutto come è oggi. Per non parlare della necessità di discutere un consuntivo del modo in cui ha operato la Vigilanza unica. Se si dedicasse minor tempo a discorsi e si operasse instancabilmente per arrivare a decisioni come quella del taglio dei tassi di riferimento, sarebbe, questa, un'opera veramente meritoria. Ma è immaginabile che si verifichi? (riproduzione riservata)