La chiusura anticipata da parte della Bce del piano pandemico Pepp, ora prevista a fine 2024, comporterebbe un aumento di circa 80 miliardi di titoli di Stato dell’Eurozona da collocare sul mercato l’anno prossimo. È quanto emerge da una stima di Ubs, che ha ipotizzato due scenari. Nel primo, quello base secondo gli analisti della banca svizzera, i reinvestimenti di titoli del Pepp verrebbero dimezzati da marzo e terminati da luglio: nell’ipotesi il portafoglio titoli della Bce calerebbe di 79 miliardi, di cui 16 italiani. Nello scenario falco, cioè con stop a tutti i riacquisti da marzo, ci sarebbero 109 miliardi di bond europei in più sul mercato, di cui 22 italiani. Si tratta di una previsione media, dato che non sono note informazioni dettagliate sulle scadenze dei titoli detenuti dall’Eurosistema nel piano Pepp.
A questi titoli vanno aggiunti quelli che la Bce smetterà di reinvestire nell’altro programma di acquisti (l’App, il Quantitative Easing dell’era Draghi), pari a 210 miliardi l’anno prossimo secondo Ubs, di cui 39 italiani. In totale la riduzione del bilancio Bce, nota anche come Quantitative Tightening, sarà di 289 e 320 miliardi (di cui 55-61 miliardi per l’Italia) nei due scenari ipotizzati.
L’offerta netta totale di titoli pubblici dell’Eurozona sarà di 658-698 miliardi per Ubs l’anno prossimo: ciò vuol dire che gli Stati dovranno collocare sul mercato una quantità significativa di bond, superiore a quella del 2023 (629 miliardi) e molto più rilevante rispetto al 2022 (144 miliardi) e al 2021 (quando è stata negativa per 344 miliardi). I numeri evidenziano lo spazio ristretto di manovra per i governi, in particolare quelli più indebitati come l’Italia, che dovranno ottenere la fiducia degli investitori con una crescita soddisfacente e finanze pubbliche prudenti.
La presidente della Bce Christine Lagarde ha aperto nei giorni scorsi le discussioni sul Pepp, sottolineando che i reinvestimenti saranno riesaminati «in un futuro non troppo lontano». Questo impegno è stato ricordato da Isabel Schnabel, membro tedesco del comitato esecutivo Bce, secondo cui il piano pandemico «non è una questione così grande» perché «le somme in gioco sono relativamente piccole». In ogni caso si tratterebbe secondo lo scenario base di Ubs di circa 80 miliardi (su 1.700 del Pepp) che avranno un effetto restrittivo non giustificato dai dati. L’inflazione nell’Eurozona è scesa al 2,4% a novembre, oltre le attese della Bce, che così potrebbe aver già varato una politica monetaria più dura del necessario (come ha osservato ieri Bnp Paribas). L’ulteriore restrizione del bilancio sarebbe un peso aggiuntivo per l’economia europea già in difficoltà.
In assenza di ragioni monetarie, secondo diversi analisti, l’obiettivo dello stop anticipato ai reinvestimenti del Pepp sarebbe quello di ridurre le perdite di alcune banche centrali, in particolare della Bundesbank che quest’anno avrà una riduzione ingente del capitale. Ma è un problema per la Bce se le motivazioni di alcuni Paesi condizionano la politica monetaria dell’Eurozona. Se l’impatto del Pepp è giudicato modesto, allora non è chiaro perché alcuni banchieri centrali siano disposti a innervosire i mercati obbligazionari con una mossa di impatto limitato che modifica un impegno preso fino a fine 2024.
Alla luce dei dati economici, i mercati stanno anticipando sempre più le attese sui tagli dei tassi, una misura in direzione opposta rispetto alla riduzione del bilancio Bce attraverso lo stop al Pepp. Gli operatori scontano un primo taglio a marzo, con una riduzione complessiva dell’1,5% nel 2024. Anche gli economisti di Bnp Paribas e Deutsche Bank hanno anticipato la previsione sul primo taglio da giugno ad aprile. La banca tedesca ha evidenziato «un rischio significativo» di sforbiciata già a marzo. Per Bnp Paribas «l’ultimo miglio» difficile sull’inflazione teorizzato da Schnabel prima del recente cambio di rotta «adesso sembra più uno sprint dei 100 metri». (riproduzione riservata)