Che Christine Lagarde abbia difficoltà nelle comunicazioni di politica monetaria è noto sin dall’inizio del suo mandato: durante la prima conferenza stampa da presidente Bce Nel marzo 2020, con la pandemia in fase di esplosione, dichiarò: «Non sono qui per far abbassare gli spread». A certificare questo deficit comunicativo è ora un sondaggio dell’Ipso, il sindacato dei dipendenti Bce, presentato su La7 da Bernardo Tomea, rappresentante della sigla.
Domanda. Ai dipendenti Bce non piace la gestione Lagarde: il 38% ha bassa fiducia e il 21% zero. Perché?
Risposta. Stando ai dati del sondaggio, ci sono più ragioni. Comparando i dati con quelli su Mario Draghi, si nota un maggior divario in tema di carico di lavoro e stress. Il 73% poi lamenta poca trasparenza nella selezione del personale. Anche sui temi per i quali con Lagarde ci si attendeva un miglioramento, come le politiche sulla diversità, il giudizio è negativo per il 44% dei dipendenti, senza distinzioni tra uomini e donne.
D. Bocciata anche la gestione della comunicazione. È un giudizio sul mezzo o anche sul messaggio?
R. I commenti a corredo del sondaggio direbbero: su tutto. I mezzi di comunicazione ufficiali vengono utilizzati in modo naif esponendo la Bce a critiche esterne. Alcuni post hanno generato proteste interne, come quando dopo il 7 ottobre Lagarde ha fatto aggiungere la bandiera israeliana tra quelle esposte a Francoforte e ha postato: «Stiamo con il popolo di Israele». Siamo un organismo indipendente: perché fare affermazioni politiche così delicate? Abbiamo colleghi con famiglie in Israele e altri con famiglie a Gaza: post simili creano divisioni interne. Secondo i partecipanti, poi, si parla poco di politica monetaria e molto di cose non riguardanti la Bce sia sui social ufficiali sia su quelli personali di Lagarde gestiti da personale spesato dalla Bce.
D. Quali le reazioni al sondaggio?
R. Nel sondaggio era prevista la possibilità di lasciare commenti. Tra chi ha scritto c’è chi pensa che Lagarde stia usando la sua posizione per costruirsi una carriera politica in vista della successione di Ursula von der Leyen alla Commissione Ue o delle presidenziali francesi. Oppure: sull’inaugurazione della Casa dell’Euro a Bruxelles si dice che si tratta di spese incoerenti rispetto al budget constraint cui siamo sottoposti: noi facciamo desk sharing per tagliare i costi e per i governatori che «si sentivano stretti» inauguriamo una nuova sede.
D. Il taglio dei costi sembra peraltro riguardare solo i dipendenti e non anche i vertici. Su questi temi, come sugli stipendi, Ipso ha potere negoziale?
R. No, non c’è una contrattazione collettiva e non si negozia. La Bce consulta ma non è obbligata a implementare nelle sue decisioni i commenti ricevuti. Con Draghi abbiamo sempre avuto discussioni vere. Fu lui a volere la figura di un chief service officer dedicato alle politiche interne: oggi il cso si limita alla gestione del budget.
D. Quando alla Bce c’era Draghi la percezione che si aveva era la stessa?
R. Sulle politiche interne Draghi ha scontato l’assenza fisica legata ai tanti impegni istituzionali. Era un periodo in cui si facevano le notti per delineare le non standard measures che oggi fanno parte dell’armamentario Bce. Ma l’assenza era bilanciata da una valutazione molto positiva della gestione della politica monetaria, in cui Draghi era considerato un fuoriclasse. (riproduzione riservata)