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JEROME POWELL FEDERAL RESERVE FED
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Bce e Fed caute sui tassi per il timore di oscillazioni sull’inflazione. Ma i mercati prevedono tagli

14 giugno 2024, 21:30

I banchieri centrali di Bce e Fed si sono espressi in modo prudente riguardo alle prossime mosse. Pesa il ricordo degli ultimi anni di inflazione alta. Nessuno perciò si vuole sbilanciare. Ma altre riduzioni dei tassi sono attese quest’anno

Fed e Bce non si vogliono sbilanciare sulle prossime mosse sui tassi. Negli Usa l’economia è solida e l’inflazione resta sopra il 3%. Nell’Eurozona si fa sentire ancora l’esperienza degli ultimi anni di inflazione alta. Così i falchi del consiglio direttivo Bce preferiscono semmai eccedere per prudenza, ritardando i tagli. Senza dubbio è necessario non ridurre troppo presto la restrizione monetaria vanificando gli sforzi fatti finora. Allo stesso modo è però opportuno non esagerare con la prudenza, per non causare un danno non necessario all’economia. Nella testa di molti banchieri centrali, tuttavia, il primo rischio appare superiore rispetto al secondo, anche se i dati economici indicano che la disinflazione è in corso e non c’è all’orizzonte il pericolo di un nuovo rialzo del carovita.

Le mosse della Fed

La Bce ha spesso mostrato un orientamento falco (hawkish bias), nonostante l’obiettivo di inflazione sia simmetrico (ovvero dovrebbe considerare allo stesso modo i rischi al rialzo e al ribasso rispetto al 2%). Mercoledì 12 giugno anche la Fed è stata prudente. Gli ultimi dati sull’inflazione americana (Cpi, Consumer Price Index) sono usciti poche ore prima della conferenza stampa del presidente Jerome Powell, mostrando un calo oltre le previsioni (al 3,3% annuo). I mercati hanno così aumentato le attese di una riduzione dei tassi a settembre e di un’altra a dicembre.

I banchieri centrali Usa hanno invece mandato un segnale hawkish, indicando una previsione mediana di un solo taglio, invece dei tre di marzo e dei due attesi nel cosiddetto «dot plot» dagli operatori di mercato. Venerdì 14 giugno i mercati continuavano però a stimare all’80% di probabilità un taglio a settembre, con un’ulteriore riduzione a dicembre.

«Non è appropriato ridurre i tassi fino a quando non avremo maggiore fiducia sul ritorno dell’inflazione verso il 2%», ha sottolineato Powell. «Quest’anno i dati non ci hanno dato questa maggiore fiducia». Il presidente della Fed ha riconosciuto che gli ultimi dati sui prezzi sono stati «più favorevoli rispetto a inizio anno». Tuttavia per Powell «ci sarà bisogno di altri dati positivi per rafforzare la fiducia che l’inflazione si stia muovendo in modo sostenibile verso il 2%».

Il presidente della banca centrale Usa ha anche detto che le proiezioni di inflazione sono state fatte in modo «conservativo», un altro segnale della prudenza della Fed. All’interno dell’istituto di Washington, 15 membri su 19 hanno indicato previsioni di uno o due tagli quest’anno: «Considererei tutte queste proiezioni plausibili», ha osservato Powell, precisando comunque che non c’è «un impegno davvero forte per un particolare percorso dei tassi». Nel caso degli Usa il quadro è complicato dalle elezioni presidenziali di novembre: il primo taglio potrebbe arrivare poco prima del voto (aiutando Joe Biden) o poco dopo.

Lo scenario per la Bce

Le decisioni della Fed avranno conseguenze sulle altre banche centrali. Alcuni governatori europei potrebbero essere più cauti in attesa del primo taglio negli Usa. Il governatore della Banca d’Italia Fabio Panetta ha comunque sottolineato che le mosse Fed saranno «un elemento di cui tenere conto, non un vincolo, nella fase di allentamento delle condizioni monetarie». Un orientamento più restrittivo delle attese negli Usa potrebbe causare un deprezzamento dell’euro e generare pressioni inflazionistiche. Ma questo effetto, ha osservato Panetta, potrebbe essere «sovrastato dall’impatto negativo che la restrizione monetaria statunitense avrebbe sulla domanda mondiale e sulle condizioni finanziarie globali, e quindi sull’inflazione nell’area dell’euro».

Per la Bce è difficile un secondo taglio consecutivo a luglio, mentre i mercati vedono al 75% la probabilità di una riduzione il 12 settembre, sei giorni prima della riunione della Fed. Nei prossimi mesi l’inflazione dell’Eurozona farà ancora qualche balzo, soprattutto a causa del confronto con l’anno precedente e delle variazioni dei prezzi dell’energia e delle misure fiscali. Non bisogna confondere però queste oscillazioni con l’andamento di medio termine dell’inflazione. Il governatore portoghese Mario Centeno ha detto che il carovita resterà più o meno sui livelli di maggio (2,6%) fino ad agosto, poi tornerà a scendere. La Bce si aspetta un ritorno stabile al 2% dal quarto trimestre 2025.

I balzi di breve termine non cambiano il quadro generale. Le proiezioni macroeconomiche di Francoforte sono elaborate incorporando già i tagli dei tassi delle curve di mercato. Le componenti di inflazione che appaiono ora più problematiche, quelle su salari e servizi, sono attese in calo significativo. I margini di profitto delle imprese si stanno riducendo, come hanno indicato gli ultimi dati Eurostat (si veda MF-Milano Finanza dell’11 giugno). L’economia è in lieve ripresa, ma è fragile e priva di un significativo recupero della domanda. La politica monetaria poi resterà a lungo restrittiva: il tasso neutrale, quello che non comprime né stimola il pil, è lontano comunque lo si calcoli.

«Penso che ci saranno altri tagli, a condizione che ci siano progressi verso gli obiettivi di inflazione», ha riassunto Philip Lane, capoeconomista della Bce. «Se vedremo miglioramenti, allora continueremo a ridurre il livello di restrizione e alla fine normalizzeremo i tassi. Se non li osserveremo, allora procederemo più lentamente». I banchieri centrali vogliono restare aperti a ogni ipotesi. Resta da vedere quali saranno gli effetti delle elezioni francesi. Ma se sarà confermato lo scenario di base, nessuno dubita che ci saranno altre riduzioni dei tassi. Le tempistiche potranno delinearsi solo dopo i prossimi dati economici. (riproduzione riservata)



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