Uno dei motivi che ha portato alla crisi di Credit Suisse è stato il fallimento del fondo Archegos, che ha causato perdite all’istituto svizzero per 5,5 miliardi. Quell’esperienza ha mostrato che i pericoli del settore non bancario (shadow banking), spesso opaco e poco regolamentato, possono colpire anche le banche. Non si può escludere che la vicenda Archegos si ripeta. Dato che la politica monetaria è ancora in fase restrittiva per combattere l’inflazione, nei prossimi mesi i rischi dello shadow banking «potrebbero intensificarsi», ha detto ieri il presidente della Vigilanza Bce Andrea Enria a Francoforte.
I forti rialzi dei tassi delle banche centrali, dopo una fase prolungata di ampia liquidità, rendono il settore finanziario più vulnerabile a crisi. Lo si è visto negli Stati Uniti e in Svizzera con le crisi di Svb e Credit Suisse. Ma per lo stesso motivo le difficoltà che hanno coinvolto gli istituti di credito potrebbero esplodere anche nelle banche ombra (oggi identificate come Nbfi, non-bank financial institutions).
Le Nbfi valgono 31mila miliardi nell’Eurozona (41 mila nell’Ue), il doppio rispetto al 2008, e hanno asset pari all’80% del comparto bancario tradizionale. La forte crescita del settore ombra ha accompagnato la flessione di quello bancario dopo la crisi finanziaria innescata dai subprime.
«L’elevata leva finanziaria e la trasformazione aggressiva delle scadenze delle Nbfi possono essere, e sono state, fonte di instabilità finanziaria, soprattutto nei casi di gestione inadeguata del rischio o di limitato controllo normativo e di vigilanza», ha detto Enria. «L’attuale contesto di rapida normalizzazione della politica monetaria e di accresciuta incertezza geopolitica rende più probabile l’emergere e il concretizzarsi di tali rischi, potenzialmente in agguato sotto la superficie». Situazioni di stress possono derivare anche da fattori non finanziari, come è accaduto dopo gli annunci del governo britannico in materia fiscale nel settembre 2022.
Perciò la Bce, che vigila sulle banche, ha da tempo acceso un faro sulle interconnessioni con le Nbfi. L’idea è che i controlli servano per ridurre i rischi degli istituti (per evitare un’altra Credit Suisse) e del settore finanziario in generale. Come riportato su MF-Milano Finanza dell’8 giugno, Francoforte ha chiesto alle maggiori banche dell’Eurozona di fare stress test regolari sul rischio di controparte, facendo attenzione anche a quanto accadrebbe in scenari estremi.La Bce ha aperto sul tema una consultazione e ha presentato i risultati dell’analisi mirata (targeted review) condotta nella seconda metà del 2022.
Ci sono stati controlli a distanza nei confronti di 23 banche attive in operazioni in derivati e di finanziamento titoli con controparti non bancarie. In alcuni casi sono state fatte anche ispezioni in loco. L’esame ha rilevato che, nonostante alcuni progressi, c’è ancora «spazio per miglioramenti», secondo la Bce. Da qui derivano alcune aspettative di vigilanza che riguardano «la capacità delle banche di ottenere informazioni dalle controparti non bancarie, di fare regolarmente stress test sulle esposizioni e di valutare le vulnerabilità in scenari con bassa probabilità di verificarsi».
Intanto la Vigilanza ha avviato un dialogo con le banche anche sugli stress test organizzati con l’Eba. Alcuni istituti europei, secondo Bloomberg, si sono lamentati per la richiesta della Bce di rivalutare dati giudicati troppo ottimistici. Francoforte ha notato in certi casi discrepanze rilevanti rispetto alle analisi interne sul settore. In ogni caso non si può escludere che i risultati alla fine siano più rassicuranti che in passato grazie al recupero di redditività per il rialzo dei tassi, che aumenta i rischi nei bilanci ma anche i profitti per le banche. (riproduzione riservata)