Dopo il taglio di giugno la Bce ha lasciato ieri invariati i tassi, senza prendere impegni per le prossime mosse. «Tutto è aperto per settembre», ha detto la presidente Christine Lagarde. I mercati stimano all’85% di probabilità una riduzione dei tassi nella riunione del 12 settembre, mentre si prevede all’80% un secondo taglio a dicembre. La maggior parte degli economisti ritiene che, se sarà confermato il quadro economico, a settembre ci sarà una sforbiciata. Ma la conferma dovrà arrivare dai dati economici. I falchi del board insistono sulla persistenza dell’inflazione nei servizi e mettono in secondo piano i crescenti segnali negativi dall’economia.
Lagarde ieri ha evitato di dare indicazioni sui tassi ma ha mandato un messaggio chiaro ai governi: «L’attuazione completa e tempestiva della governance economica Ue aiuterà i governi a ridurre in modo duraturo i deficit e i rapporti debito-pil», ha detto. «Crediamo che sia un’approvazione molto forte del principio di disciplina, in modo che tutti gli Stati membri che hanno concordato una serie di regole applichino effettivamente tali principi».
Lagarde non ha citato Paesi ma il riferimento appare innanzitutto alla Francia, alle prese con la formazione del nuovo governo, e in secondo luogo agli Stati più indebitati come l’Italia. Dopo le elezioni in Francia non ci sono stati movimenti disordinati dei mercati. Perciò sono state messe da parte le ipotesi di un sostegno della Bce a Parigi attraverso il piano Tpi (Transmission Protection Instrument). Per attivare lo scudo anti-spread è necessaria la conformità dei Paesi alle indicazioni Ue sui conti pubblici, anche per i Paesi sotto procedura per deficit eccessivo come la Francia.
Tornando alla politica monetaria, il consiglio Bce ha confermato le prospettive di inflazione a medio termine, sostanzialmente allineate alle proiezioni di giugno. Alcune misure dell’inflazione di fondo sono aumentate lievemente ma «a causa di fattori una tantum» e «per la maggior parte sono rimaste stabili o sono diminuite leggermente a giugno». Inoltre, «l’impatto inflazionistico dell’elevata crescita salariale è stato assorbito dai profitti» e la politica monetaria resta «restrittiva».
Al tempo stesso, tuttavia, secondo la Bce «le pressioni domestiche sui prezzi restano alte», «l’inflazione dei servizi è elevata» ed «è probabile che l’inflazione complessiva rimanga al di sopra dell’obiettivo fino a gran parte del prossimo anno». Così il consiglio direttivo, che ieri ha deciso all’unanimità, continuerà a seguire un approccio «dipendente dai dati» e «riunione per riunione», quindi «senza vincolarsi a un particolare percorso dei tassi».
Per quanto riguarda i rischi di inflazione legati all’aumento dei salari, Lagarde ha chiarito che il picco sarà raggiunto quest’anno, mentre si attende una discesa nel 2025 e nel 2026. Le contrattazioni salariali avvengono ogni due-tre anni: ci sarà un ritorno alla normalità dopo un recupero fisiologico del potere d’acquisto dei lavoratori in seguito ad anni di alta inflazione.
Sono meno buoni i dati sulla produttività, sebbene in lieve recupero. Su questo fronte il principale problema è la bassa domanda che ostacola un calo del costo del lavoro per unità di prodotto. Una crescita più forte consentirebbe un maggiore utilizzo della manodopera accumulata dopo la pandemia.
L’occupazione finora ha resistito, ma il quadro potrebbe cambiare in caso di frenata economica. Prima o poi le aziende potrebbero decidere di ridurre i posti di lavoro. Lagarde ha detto che la crescita del secondo trimestre nell’Eurozona sarà «probabilmente inferiore» a quella del primo. Inoltre i rischi sul pil restano «orientati al ribasso».
La presidente Bce ha rilevato che sta recuperando il settore dei servizi, ma non la manifattura. Gli investimenti restano bassi a causa dei tassi alti e dell’incertezza. Le imprese stanno riducendo la domanda di credito. Secondo diversi economisti, la Bce rischia un’inflazione sotto il 2% se la crescita sarà inferiore alle attese.
Intanto Lagarde ha precisato che la prossima revisione della strategia, che terminerà nella seconda metà del 2025, non introdurrà cambiamenti significativi: in particolare non introdurrà un «dot plot» in stile Fed e non modificherà l’obiettivo «simmetrico» di inflazione al 2%. (riproduzione riservata)