Nonostante il tentativo di molti esponenti Bce di respingere le attese di mercato di un taglio ravvicinato e significativo dei tassi nel 2024, le previsioni degli analisti non si sono mosse più di tanto: gli operatori continuano a vedere al 50-60% le probabilità di una riduzione a marzo e c’è chi ne immagina già due entro aprile. È cambiata semmai, ma in senso opposto, l’attesa per i tagli complessivi nel 2024: ormai i mercati ne scontano quasi sette, quindi più dei sei ipotizzati nei giorni scorsi, con una riduzione totale di 165 punti base invece che di 150.
Eppure la presidente Christine Lagarde ha ricordato nei giorni scorsi che «nella prima metà del 2024» saranno pubblicati dati economici importanti sui salari, con l’implicito obiettivo di spostare le aspettative di una sforbiciata verso giugno-luglio. Il presidente della Bundesbank Joachim Nagel ha messo in guardia esplicitamente i mercati contro le previsioni di tagli imminenti, mentre il governatore francese Villeroy De Galhau ha parlato, pur con molta cautela, di un possibile taglio dei tassi «a un certo punto nel 2024».
La divergenza tra le attese di mercato e la prudenza della Bce si spiega con una valutazione molto diversa su inflazione ed economia. Francoforte vede ancora rischi al rialzo sul carovita, nonostante sia sceso a novembre al 2,4% nell’Eurozona, quindi a un passo dall’obiettivo del 2%. Gli economisti hanno già messo in conto un aumento temporaneo dell’inflazione a dicembre (le stime vanno dal 2,9 al 3,1%) come conseguenza di effetti statistici non strutturali. Ma la Bce teme invece un rialzo dei salari e un aumento dell’inflazione «domestica» l’anno prossimo.
Il concetto, che ha lasciato dubbi tra gli economisti, è stato evidenziato da Lagarde: «C’è una misura dell’inflazione di fondo che sta diminuendo un po’, ma non molto, ed è l’inflazione domestica, determinata in gran parte dai salari. Abbiamo bisogno di capire meglio perché l’inflazione domestica resiste». Su questo timore si basa la cautela Bce sull’inflazione e quindi sui tassi. Ma Barclays ha replicato la metodologia di Francoforte e ha rilevato che «la dinamica dell’inflazione domestica ha frenato in modo significativo, il che implica una probabile ulteriore riduzione». Inoltre per gli economisti della banca britannica ci sono «prove limitate» che l’inflazione domestica sia determinata dai salari, mentre è più probabile l’esatto opposto.
Non c’è così certezza economica sull’ipotesi Bce. In generale gli analisti di mercato ritengono che l’inflazione nell’Eurozona scenderà più velocemente di quanto indicato nelle stime dell’Eurosistema (2,7% nel 2024, 2,1% nel 2025 e 1,9% nel 2026). Per quanto riguarda l’anno prossimo, Barclays prevede un dato al 2,4%. Unicredit ha abbassato la stima al 2,3% per effetto di «un punto di partenza più basso a causa della sorpresa al ribasso degli ultimi dati, dei prezzi del petrolio inferiori e degli aumenti più contenuti del previsto delle bollette di elettricità e gas all’inizio del prossimo anno». La previsione di Unicredit per il 2025 è dell’1,8% nell’Eurozona, quindi sotto il target della Bce che rischia così di mancare l’obiettivo del mandato per eccesso di prudenza. Un problema ancora maggiore considerando che il target Bce è simmetrico, quindi dovrebbe considerare i rischi al rialzo sull’inflazione allo stesso modo di quelli al ribasso.
Anche secondo Citi l’inflazione sarà sotto il 2% nel 2025, all’1,7%. Secondo gli economisti della banca americana la debolezza dei consumi limiterà la capacità delle imprese di fissare prezzi più alti, a differenza di quanto avvenuto in passato. Le aziende assorbiranno gli aumenti dei salari senza scaricarli sui clienti finali. Inoltre per Citi l’inflazione legata agli stipendi ha raggiunto il picco a metà 2023 e scenderà nel 2024, mentre i prezzi dell’energia risaliranno in modo «modesto». Perciò secondo la banca «l’ultimo miglio» sull’inflazione teorizzato dal membro tedesco del board Isabe Schnabel potrebbe rivelarsi «l’ultimo metro». Citi così considera hawkish le stime dell’Eurosistema sull’inflazione anche in seguito al recente ribasso (dal 3,2 al 2,7% per l’anno prossimo).
Le proiezioni di dicembre, come avviene ogni sei mesi, sono state compilate dallo staff di Francoforte con le banche centrali nazionali dell’Eurosistema. Il dato dell’Eurozona è stato condizionato soprattutto da quello della Bundesbank: la Germania è l’unico tra i grandi Paesi europei a non raggiungere il 2% nel 2025. Berlino, secondo la banca centrale nazionale, non arriverà al valore neppure nel 2026, quando l’inflazione resterà ancora al 2,2%. La Bundesbank ha così indicato previsioni che si allontanano da quelle degli altri istituti nazionali. Le stime sono state motivate da «forte» aumento dei salari e ripresa dei consumi. Al momento però la Germania è il Paese con l’economia più debole e potrebbe pagare la stretta di bilancio imposta dal freno del debito, soprattutto dopo la recente sentenza della Corte Costituzionale tedesca.
Proprio la debolezza dell’economia è un altro fattore che potrebbe far scendere l’inflazione più delle attese. La Bce si aspetta una ripresa della domanda che secondo Schnabel deve essere «ridotta». Ma l’attività è debole nell’Eurozona: l’area è a un passo dalla recessione. Gli indici Pmi e gli ultimi dati sulla produzione industriale e sul credito vanno in questa direzione. Inoltre tutti gli Stati dovranno mettere in ordine i conti pubblici, con ulteriore effetto restrittivo. Molti economisti perciò non vedono motivi per rilevanti pressioni inflazionistiche ed evidenziano che finora la Bce ha sottostimato la disinflazione. I prossimi mesi (e le nuove proiezioni di marzo) diranno se la banca centrale avrà avuto ragione a schierarsi contro le attese degli analisti. Una cosa è certa: qualcuno si sta sbagliando, o i mercati o la Bce. (riproduzione riservata)