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Bce, da Christine Lagarde una comunicazione incoerente
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Bce, da Christine Lagarde una comunicazione incoerente

di Angelo De Mattia
07 giugno 2024, 20:00 Ultimo aggiornamento: 20:17

Con l’approccio adottato dalla governatrice Lagarde di «Decidere riunione per riunione in base ai dati» si rinuncia a qualsiasi azione preventiva, al giocare d’anticipo per influire sulle aspettative e contribuire così a determinare certezze | Mutui, cosa succede con il primo taglio dei tassi Bce. Le prospettive per tutto il 2024

Non è facile seguire alcuni commenti della decisione del taglio di 25 punti base dei tassi di riferimento deciso il 6 giugno dal Consiglio direttivo della Bce. Secondo qualcuno, la mancanza di indicazioni sui prossimi mesi sarebbe dovuta a una studiata ambiguità della presidente Christine Lagarde: poco manca che si resusciti il conundrum, assunto quasi come regola dall’ex presidente della Federal Reserve, Alan Greenspan, con il quale però il paragone non reggerebbe affatto. Se poi si giudica il taglio in questione, si omette di rilevare che la mini riduzione è stata possibile perché i falchi del Direttivo hanno ritenuto di dare il via libera, ma a condizione che non si precostituisse alcunché per quest’anno.

L’elogio di alcuni, rivolto a Lagarde che in venti mesi avrebbe portato l’inflazione al 2,5%, trascura i danni nella prima fase provocati dalla brusca ascesa dei prezzi non frenata da una decisa azione di politica monetaria, perché si continuava a ritenere transitorio l’aumento dell’inflazione. Un grave errore di cui la presidente si è pubblicamente scusata. Più realisti del re. D’altro canto, il percorso di avvicinamento dell’inflazione al target del 2% non è merito solo della Bce, avendo concorso le misure per il contrasto dell’aumento straordinario dei prezzi dell’energia e le politiche economiche e di finanza pubblica, in alcuni casi, rigorose, ma anche, in altri casi, rigoriste.

Se si seguono i dati non si gioca d’anticipo...

In effetti, quella di Lagarde non è una programmata ambiguità, bensì un’incertezza che viene esaltata dalla ripetizione continua del criterio che è stato assunto per l’azione monetaria «decidere riunione per riunione in base ai dati» dai quali l’Istituto è dipendente. Con ciò si rinuncia a qualsiasi azione preventiva, al giocare d’anticipo per influire sulle aspettative e contribuire così a determinare certezze. Non esiste una grande coerenza tra il rilevare che ci stiamo avvicinando all’obiettivo del 2% - il cui raggiungimento sancisce il mantenimento della stabilità monetaria che è il mandato della Bce - ma poi sostenere che si registrano forti pressioni interne sui prezzi, rilevare divaricazioni nell’impatto dei salari tra la Germania e altri Paesi dell’area e poi concludere con la riduzione dello 0,25%. Se la situazione indicata preoccupa, allora non si dovrebbe muovere il costo del denaro. Ma se si tratta di fenomeni marginali - come, del resto, vengono esposti - allora non possono essere addotti come ragione del limitato decremento dei tassi. Anche perché, così facendo, si fa perdere pure il significato politico della decisione assunta come un tentativo di conseguire un effetto-annuncio, al di là dell’ammontare della misura adottata. Queste valutazioni critiche non devono tuttavia condurre a giustificare un’eventuale inerzia nella trasmissione, nei sistemi bancari, degli effetti del taglio nel costo dei mutui, dei prestiti in generale a imprese e famiglie nell’onere per interessi dell’indebitamento dei Tesori degli Stati. Già segnali di riduzione dei predetti costi per il nostro Paese, sono stati rilevati anche con il bollettino mensile dell’Abi.

Ora, per quanto i 25 punti base sono quel che sono, è necessario compiere passi ulteriori che mettano in luce anche una calibrata riduzione del margine d’interesse, senza dimenticare, tuttavia, i problemi che possono derivare dai crediti deteriorati e, in condizioni gravi, dal versante della liquidità. È singolare che in questo quadro si evochi il Transmission protection Instrument nella disponibilità della Bce per la trasmissione in modo ordinato della politica monetaria nell’intera area, tutelando i Paesi in difficoltà, per sottolineare che si può stare tranquilli: non è certo lo 0,25% che può causare danni tali da richiedere l’intervento di misure straordinarie. Insomma, appare quanto mai doveroso che non alle calende greche si torni su possibili nuovi tagli e, soprattutto, si anticipi, rispetto al prossimo anno, la revisione della politica monetaria con riferimento agli aspetti di fondo della preventività e delle aspettative.

Bankitalia fa scuola

La storia del governo della moneta curato da Banca d’Italia fino a quando ha avuto la piena competenza in materia insegna l’importanza della prevenzione, senza inseguire i dati in terre incognite. È altresì fondamentale creare un raccordo tra politiche monetarie ed economiche, pur nella salvaguardia dell’autonomia e indipendenza di entrambi, nonché un coordinamento, date le connessioni tra stabilità monetaria e stabilità finanziaria, tra l’azione monetaria e la Vigilanza bancaria. Non si tratta nè di rivolgere critiche aprioristiche nè di elevare osanna a questo o a quello. È cruciale, proprio alla luce dell’esperienza compiuta e mentre stanno per essere definiti, dopo il voto europeo, i vertici delle istituzioni comunitarie, un riesame profondo del governo della moneta.

In questo contesto andrebbe pure valutata l’ipotesi di porre il sostegno alle politiche economiche nell’area - se si vuole, crescita e occupazione - sullo stesso livello della stabilità dei prezzi come mandato per la Bce: in sostanza, doppio mandato o mandato integrato, previa modifica del Trattato Ue. Il diniego sbrigativo e apodittico di una tale valutazione da parte della presidente Lagarde - che ricorda le norme vigenti che invece sono proprio quelle che si vuole modificare - non depone affatto bene, anche sotto profilo di un’adeguata attrezzatura per un proficuo confronto dialettico. (riproduzione riservata)



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