La politica monetaria della Bce sembra cambiare ogni tre mesi sulla base delle proiezioni economiche, che sono fatte a dicembre e giugno con gli input delle banche centrali nazionali, mentre a marzo e settembre dallo staff Bce. Le decisioni così oscillano in modo vistoso tra forti timori per l’inflazione e più tranquillità sui prezzi, tra orientamento falco (hawkish) e maggiore cautela.
L’eccessiva variabilità delle stime è un problema per la Bce. Le incongruenze maggiori emergono quando intervengono le banche centrali nazionali, come accaduto nel consiglio direttivo del 15 giugno. Nell’occasione il board ha alzato i tassi di 25 punti base, ha preannunciato una nuova mossa per luglio («molto probabile» secondo la presidente Christine Lagarde) e ha innescato attese di un rialzo anche a settembre. L’impressione è che alcuni istituti nazionali, soprattutto del Nord Europa, ogni sei mesi vogliano rimarcare una certa distanza dalle previsioni dello staff Bce.
In particolare l’inflazione core, al netto di energia e cibo, il 15 giugno è stata rivista in modo forte: +0,5% non solo quest’anno (da 4,6 a 5,1%) ma anche il prossimo (da 2,5 a 3%), con aumento anche nel 2025 (da 2,2 a 2,3%, quindi più lontano dal target del 2%). Lagarde ha detto che il rialzo è dovuto principalmente alla forza del mercato del lavoro, pur riconoscendo che si tratta di un «enigma» in una fase di stagnazione. Ma secondo Morgan Stanley ha inciso un altro fattore: «Alcune banche centrali nazionali potrebbero avere una visione diversa da quella della Bce sulla persistenza dell’inflazione». Gli economisti della banca americana ne sono convinti al punto da aver confrontato le proiezioni di giugno direttamente con quelle di dicembre, non con quelle di marzo (l’analisi è stata intitolata in modo significativo «Lost in projections»).
Non c’è stato di fatto alcun economista europeo che non si sia mostrato sorpreso per le ultime proiezioni: è stato così anche per quelli di Citi, Bofa, Ing, Barclays, Hsbc, Unicredit, Berenberg, Bnp Paribas, soltanto per citarne alcuni. Le osservazioni sono pressoché identiche: le stime di Francoforte con il contributo delle banche centrali sono state troppo ottimistiche sulla crescita e pessimistiche sull’inflazione. Così la Bce (anche se in questo caso sarebbe meglio parlare di Eurosistema) si espone a un doppio rischio di perdita di credibilità e di politiche sbagliate, troppo penalizzanti per la crescita.
Tra le banche centrali nazionali, la Bundesbank ha indicato un calo del pil tedesco dello 0,3% quest’anno e una crescita poco sopra l’1% nei prossimi due, ma nonostante ciò l’inflazione resterà in Germania al 6% quest’anno (contro il 5,4% indicato dalla Bce per l’Eurozona) e ancora al 2,7% nel 2025 (contro 2,2%). Quella core arriverà al 2,8%.
I valori tedeschi hanno così spinto in alto quelli dell’Eurozona: a dicembre le previsioni di inflazione elevata erano state spiegate da Bundesbank e Bce con le assunzioni tecniche sul ritiro delle misure governative. Il 15 giugno c’è stata minore trasparenza sulle ragioni delle stime. Non è chiaro perché l’inflazione sarà così alta in Germania e nell’Eurozona. C’è ampia divergenza rispetto alle previsioni della Banca d’Italia: in Italia la crescita sarà all’1,3% quest’anno e attorno all’1% nei prossimi due, ma l’inflazione complessiva e quella di fondo torneranno nel 2025 all’obiettivo del 2%.
Nelle proiezioni dell’Eurosistema è stato dato grande rilievo ai salari e al costo unitario del lavoro, ma scarso peso al rallentamento dell’economia (l’Eurozona è già in recessione tecnica, dopo una serie di correzioni al ribasso delle stime) e alla frenata del credito. Una recente analisi di alcuni economisti Bce ha evidenziato che l’impatto negativo della politica monetaria sulla crescita sarà pari al 2% annuo nel periodo 2022-2025. Ma nelle previsioni dell’Eurosistema non sembra esserci la stessa considerazione del peso della gelata sui prestiti.
La sottovalutazione dei rischi per la crescita e gli eccessivi timori sull’inflazione potrebbero danneggiare la Bce. «Il Bank Lending Survey di luglio potrebbe mostrare un deterioramento piuttosto netto della domanda di prestiti da parte delle imprese», ha rilevato Morgan Stanley. L’aumento dei tassi potrebbe bloccare l’economia attraverso la riduzione di consumi e investimenti. Alla fine questo avrebbe riflessi sui tassi, impedendo alla Bce di alzarli anche a settembre (quando peraltro toccherà allo staff di Francoforte rivedere le proiezioni).
Il presidente della Bundesbank Joachim Nagel dopo il consiglio Bce ha detto che i tassi potrebbero essere alzati anche dopo l’estate. Diversi economisti (come quelli di Goldman Sachs, JpMorgan, Unicredit e Bnp Paribas), sulla base delle proiezioni Bce, hanno indicato che il tasso finale sarà al 4%, dall’attuale 3,5%, dopo due aumenti di 25 punti base a luglio e settembre.
Altri economisti invece ritengono che Francoforte dovrà fare i conti con l’economia e si fermerà al 3,75%. «Le nostre previsioni di crescita sono significativamente inferiori a quelle della Bce», ha rilevato Barclays, che stima un aumento del pil dell’Eurozona dello 0,3% quest’anno (invece dello 0,9% della banca centrale). «Ci aspettiamo che la crescita sia deludente rispetto alle proiezioni della Bce, fornendo ulteriori prove della trasmissione della politica monetaria all’economia che influiranno sulle prospettive di inflazione».
Anche Berenberg ha osservato che «se l’inflazione core nei prossimi mesi continuerà a diminuire leggermente, come ci aspettiamo, e se i dati sull’economia reale saranno più in linea con la nostra previsione di una crescita di appena lo 0,3% quest’anno, la Bce probabilmente rimarrà ferma a settembre dopo un’ultima mossa a luglio». Bofa si è detta «molto scettica che le previsioni di inflazione a settembre non saranno riviste al ribasso in modo rilevante». È di certo un problema di rilievo se il mercato inizia a dubitare in modo così diffuso della credibilità delle proiezioni Bce. (riproduzione riservata)