A due anni dall’inizio della guerra in Ucraina, si può dire che l’Eurozona sia vicina a vincere una battaglia: quella contro l’inflazione. L’invasione russa nel febbraio 2022 aveva generato timori di una spirale sul carovita innescata dall’aumento dei prezzi dell’energia. L’inflazione è arrivata nell’Eurozona al 10,6% a ottobre 2022. Ma da allora la discesa, dovuta in gran parte al calo di gas e petrolio, è stata rapida quanto la salita. Così a gennaio l’aumento dei prezzi è tornato al 2,8%. Resta da fare l’ultimo tratto fino al 2% del target Bce, ma gli economisti ritengono che l’inflazione sia sotto controllo, salvo nuovi shock sull’energia.
Per rispondere al carovita la Bce ha varato la stretta monetaria più forte nella storia dell’euro. I tassi sono saliti del 4,5% in 14 mesi e c’è stata una riduzione del bilancio dell’Eurosistema di 2 mila miliardi. Ora la banca centrale deve pensare al calo dei tassi. I membri del consiglio direttivo Bce hanno però idee diverse su come farlo.
I falchi, come il presidente della Bundesbank Joachim Nagel e il membro del comitato esecutivo Bce Isabel Schnabel, restano più preoccupati di un’inflazione oltre il target (overshooting), rispetto a quella sotto il 2% (undershooting). Perciò questi banchieri centrali vorrebbero rimandare il più possibile il taglio, se necessario anche a costo di aggravare la debolezza dell’economia e di portare l’inflazione sotto il 2%.
«È troppo presto per ridurre i tassi», ha detto Nagel. «Avremo un quadro più dettagliato sulle pressioni sui prezzi soltanto nel secondo trimestre. A quel punto potremo pensare a un taglio», ha aggiunto. Anche per Schnabel «occorre essere cauti, ci sono ragioni per cui l’ultimo miglio sull’inflazione sarà più difficile rispetto alla prima fase», ha detto in una conferenza della Bocconi a Milano.
I banchieri centrali tedeschi ritengono che l’impatto massimo delle strette sia alle spalle e che i salari e il costo del lavoro unitario possano ancora essere una minaccia per i prezzi. Inoltre i falchi osservano che c’è stata una riduzione dei tassi di mercato per l’attesa di tagli Bce. Infine i governatori nordici vedono segnali di ripresa del pil (per esempio negli ultimi indici Pmi), anche se l’economia resterà stagnante nel primo trimestre del 2024, nella migliore delle ipotesi.
In tal senso le ultime minute Bce suggeriscono secondo Citi che «la maggioranza del consiglio direttivo vede la stagnazione del pil come un segnale di resistenza dell’economia piuttosto che come una sottoperformance rispetto ad altre aree come gli Stati Uniti o rispetto al trend pre-pandemia, secondo il quale il pil dell’Eurozona dovrebbe essere più alto di circa il 4%».
La presidente Bce Christine Lagarde è vicina alle posizioni dei falchi, in particolare riguardo all’attenzione ai salari che pure hanno rallentato nel quarto trimestre 2023. Lagarde vuole essere «più fiduciosa» sul ritorno dell’inflazione al 2%, perciò ha messo in guardia contro tagli «affrettati» e ha evidenziato l’importanza dei dati sui salari negoziati del primo trimestre che saranno pubblicati a maggio. Aspettare queste informazioni comporterebbe un rinvio del primo taglio almeno fino a giugno.
I mercati hanno così annullato le attese di una riduzione dei tassi a marzo e hanno ridotto quelle su aprile al 35%. Gli operatori monetari si aspettano la prima mossa a giugno, con altri tre tagli quest’anno. A fine 2023 l’attesa era di sette sforbiciate nel 2024: ciò vuol dire che sta svanendo l’allentamento delle condizioni finanziarie temuto dai banchieri centrali nordici.
Altri membri del consiglio Bce hanno espresso una visione differente rispetto a quella dei falchi. Il governatore francese François Villeroy de Galhau nei giorni scorsi ha invitato la Bce a «non ritardare troppo» la riduzione dei tassi: «Non si tratta di affrettare i tempi, ma di agire in modo graduale e pragmatico, anziché decidere troppo tardi e dover muoversi di più in seguito».
Il governatore della Banca d’Italia Fabio Panetta a inizio febbraio ha sottolineato l’importanza delle nuove proiezioni macro Bce di marzo osservando che «andranno soppesati benefici e controindicazioni di un taglio dei tassi tempestivo e graduale rispetto a un allentamento tardivo e aggressivo, che potrebbe accrescere la volatilità dei mercati e dell’attività economica».
Panetta ha ricordato al Forex che l’inflazione rischia di finire sotto il 2%: «Se la politica monetaria tardasse troppo ad accompagnare la disinflazione in atto potrebbero emergere rischi al ribasso». La Bce ha un obiettivo simmetrico e perciò deve evitare con la stessa forza un’inflazione sopra o sotto il 2%. Quanto alla crescita degli stipendi, per Panetta «è compensata dalla riduzione degli altri costi in atto da mesi» mentre la probabilità di una spirale salari-prezzi è «esigua». Secondo il governatore portoghese Mario Centeno la Bce dovrebbe essere «aperta» all’ipotesi di un taglio già a marzo.
Per Bofa l’inflazione scenderà all’1,4% l’anno prossimo e questo obbligherà la Bce a più riduzioni dei tassi di quanto Francoforte si aspetta, dall’attuale 4% fino al 2% a metà 2025. Gilles Moec di Axa teme che «le conseguenze negative di una risposta ritardata della politica monetaria possano essere aggravate dalla svolta restrittiva della politica fiscale». Secondo molti economisti la Bce dovrà rivedere al ribasso già a marzo le stime di crescita. Un ritardo nel taglio dei tassi avrebbe un costo ulteriore.
Intanto le banche centrali dell’Eurozona devono confrontarsi con rilevanti perdite di bilancio dovute alla stretta monetaria. Senza contare l’uso dei fondi per i rischi, la Bce ha perso 7,9 miliardi e la Bundesbank 21,6 miliardi nel 2023. Alcuni banchieri centrali potrebbero cogliere l’occasione per chiedere di limitare lo spazio per acquisti di titoli in vista del nuovo framework operativo della banca centrale. Le perdite, ha assicurato la Bce, non incideranno sulla politica monetaria. Francoforte presto dovrà fare i conti con il nuovo scenario sull’inflazione, mentre l’economia europea è ferma da cinque trimestri. (riproduzione riservata)