L’opa di Banco Bpm su Anima si presta a più chiavi di lettura. Da mossa difensiva per preservare l’italianità della sgr e dell’istituto di piazza Meda a strategia di avvicinamento del ceo Giuseppe Castagna al dossier Mps. Per gli analisti però la logica dell’offerta pubblica lanciata mercoledì 6 novembre è assai più lineare: approfittare di un incentivo che oggi rende molto più convenienti le aggregazioni tra banche, compagnie assicurative e sgr.
Il top management del Banco ha scelto il nome Elsinore per identificare questa strategia. Non si tratta di un riferimento letterario al castello dell'Amleto di William Shakespeare, ma di un’allusione al cosiddetto Compromesso Danese o Danish Compromise.
La norma contabile nata nel 2012 durante la presidenza danese del Consiglio Europeo è stata rivisitata nelle regole finali di Basilea 3, note anche come Basilea 3+. In genere, quando acquisisce un'altra società, una banca deve avere capitale aggiuntivo per compensare l'avviamento. Il Danish Compromise consente però agli istituti che detengono quote in assicurazioni di beneficiare di uno sconto patrimoniale a tempo indeterminato. Non solo. Una chiarificazione normativa arrivata l’anno scorso ha esteso questo beneficio alle acquisizioni effettuate dalle banche attraverso le controllate assicurative.
Un recente report scritto dall’analista di Mediobanca Andrea Filtri parla in proposito di un «Danish Compromise al quadrato», in grado di aprire potenzialmente nuove e più ampie frontiere di m&a nel settore finanziario europeo. Un settore dove già oggi si stanno già delineando nuovi equilibri, come dimostrano i rumor riportati venerdì 8 dal Corriere della Sera su un interesse di Amundi per Allianz Global Investors.
Le nuove regole non forniscono solo un forte incentivo per gli istituti a internalizzare fabbriche assicurative ma lanciano anche un ponte verso le sgr, prima considerate inaccessibili in quanto eccessivamente diluitive per i coefficienti patrimoniali. Ci sono comunque dei caveat. Per applicare il Danish Compromise le banche devono essere classificate come conglomerati finanziari a pieno titolo, con specifici requisiti di dimensione e complessità oltre che il controllo completo di una compagnia assicurativa integrata. Oggi in Europa ci sono 63 conglomerati finanziari: Francia e Italia ne hanno sette a testa, la Spagna quattro, i Paesi Bassi tre, il Belgio e la Germania due a testa e l’Irlanda solo uno.
Superati gli scogli autorizzativi però i vantaggi sono molti. Mediobanca ha simulato integrazioni tra banche, asset manager e compagnie assicurative, registrando una crescita media dell'utile per azione a due cifre e un ritorno sull'investimento (roi) maggiore del 30%, condizioni difficile da battere con il tradizionale m&a tra banche. Inoltre con tassi di interesse in calo queste operazioni aumenterebbero i ricavi a basso assorbimento di patrimonio e il ritorno sulle rwa, probabilmente guidando la crescita del multiplo di valutazione. Non solo. L’ultima versione del Danish Compromise consente alle banche di aumentare la leva finanziaria senza influire proporzionalmente sul Cet1 e incrementa i profitti prima degli accantonamenti.
In questo nuovo contesto normativo, la prima mossa è stata fatta in Francia. All’inizio dell’estate Axa ha annunciato l'avvio di una trattativa esclusiva per la vendita di Axa Investment Managers a Bnp Paribas per 5,1 miliardi di euro. Inoltre il colosso assicurativo transalpino riceverebbe un corrispettivo di 300 milioni dalla vendita di Select ad Axa Investment Managers prima della chiusura del deal. Il valore complessivo della transazione dovrebbe quindi essere di 5,4 miliardi, pari a 15 volte l'utile 2023.
Nei giorni si è mossa Banco Bpm con un’opa volontaria sulla totalità delle azioni di Anima (raccolta netta positiva per 4 milioni a ottobre) al prezzo di 6,2 euro per azione con un premio dell'8,5% sulla chiusura di mercoledì 6 e del 25% sul valore medio del titolo degli ultimi sei mesi. L'obiettivo è dare vita a un conglomerato finanziario che potrebbe diventare il secondo gruppo in Italia di matrice bancaria, con masse complessive da assicurazione vita e risparmio gestito pari a 220 miliardi.
Ma i potenziali deal sono molti. Il report di Mediobanca per esempio simula un’integrazione tra Intesa Sanpaolo e l’asset manager tedesco Dws (oltre 900 miliardi di masse in gestione), una mossa che trasformerebbe la Ca’ de Sass «da leader nazionale a player su scala continentale/globale» con 1.500 miliardi di masse. Se operazioni del genere favorirebbero senza dubbio gli istituti di credito e i loro azionisti, alcuni investitori hanno iniziato a chiedersi che spazio resterà per le sgr indipendenti in questo nuovo scenario e soprattutto come si potranno governare i conflitti tra gli interessi delle grandi banche e l’autonomia dei gestori. Un tema particolarmente sensibile in Italia dove il risparmio rappresenta il pilastro del sistema finanziario nazionale. (riproduzione riservata)