I supervisori stanno aumentando la pressione sulle banche riguardo ai rischi climatici. L’Eba ha raccomandato progressi per accelerare l’inclusione di questi rischi nei requisiti di capitale di primo pilastro (validi quindi per tutti gli istituti). La Bce invece ha imposto misure qualitative ad alcuni gruppi nell’ambito del secondo pilastro (cioè delle richieste specifiche a singole banche contenute nelle valutazioni Srep). Andrea Enria, presidente della Vigilanza di Francoforte, ha rilevato ieri in audizione al Parlamento Ue che le aspettative di supervisione sul clima dovranno essere rispettate dalle banche entro fine 2024, altrimenti ci sarà una «escalation» di misure, con ogni probabilità sanzioni.
Riguardo all’intervento dell’Eba, l’autorità bancaria Ue presieduta da Josè Manuel Campa ha precisato di non essere a favore né di uno sconto patrimoniale per le esposizioni verso società verdi (il «green supporting factor» auspicato dalle banche), né di una penalizzazione sul capitale per quelle verso aziende inquinanti («brown penalising factor»). «L’utilizzo di tali fattori di aggiustamento presenta difficoltà in termini di definizione, calibrazione e complessa interazione con il quadro regolamentare esistente», ha osservato l’Eba.
L’autorità bancaria ha però chiesto passi avanti all’interno dell’attuale disciplina, da realizzare nei prossimi tre anni. Gli istituti in particolare dovranno includere i rischi climatici nei modelli interni sul rischio di credito, di mercato e operativo, mentre le agenzie di rating dovranno incorporarli nelle loro valutazioni. Fonti di mercato ritengono che non ci sarà un impatto rilevante sui requisiti di capitale. Le banche più prudenti già oggi considerano nei requisiti patrimoniali i rischi climatici (fisici e di transizione) legati alle esposizioni verso un’azienda. Il principio era stato evidenziato anche in un testo sui rischi climatici (in forma di risposte a «frequently asked questions») del Comitato di Basilea. Ma le autorità europee hanno chiarito che la loro attenzione sul tema è crescente. L’Eba ha dettagliato tutte le possibili misure di breve termine in un rapporto di 130 pagine.
Inoltre, in una prospettiva di più lungo termine, l’autorità bancaria ha suggerito ai legislatori europei modifiche alle regole di primo pilastro, in modo da includere per esempio analisi di scenario e valutazioni prospettiche («forward-looking»). È improbabile tuttavia che su questo fronte l’Europa si muova in anticipo rispetto alla regolamentazione internazionale del Comitato di Basilea. In caso contrario, banche e aziende Ue potrebbero essere penalizzate rispetto a quelle di altre aree geografiche.
Al momento non è presente una normativa che colleghi in modo diretto il trattamento prudenziale di una esposizione al rating Esg come avviene per esempio per i rating regolamentari nel rischio di credito. In Europa la normativa sui rischi climatici è affrontata solo attraverso il secondo e terzo pilastro (quest’ultimo riguarda gli obblighi di informativa al pubblico). A livello nazionale, la Banca d’Italia ha pubblicato aspettative di vigilanza sui rischi climatici e ambientali per le banche. Secondo un’analisi di Prometeia sui 40 gruppi europei maggiori, gli istituti italiani hanno un’esposizione elevata (pari all’84% del totale corporate) verso settori che contribuiscono al cambiamento climatico. Solo le banche cipriote hanno una percentuale più alta, mentre le spagnole sono al 79%, le francesi al 69% e le tedesche al 53%.
La Federazione Bancaria Europea si è detta contraria all’introduzione di requisiti di primo pilastro specifici per il rischio climatico. Secondo le banche, un aumento dei requisiti di capitale renderebbe più difficile finanziare le imprese durante la transizione ecologica. Inoltre sarebbe difficile fare previsioni sulle perdite attese. Gli istituti lamentano anche la scarsa quantità e qualità di informazioni fornite dalle imprese, anche se esistono banche dati pubbliche (come quelle dell’Ispra e del Cmcc) sui cambiamenti climatici. (riproduzione riservata)