Il boom dei profitti ha reso le banche europee meno bramose di fare shopping o di fondersi con altri istituti. Il secondo trimestre di quest’anno ha registrato i volumi di m&a più bassi degli ultimi anni per gli intermediari del Vecchio Continente anche se, nella stasi generale, l’Italia si è mostrato uno dei mercato più vivaci.
Sul fenomeno si è concentrata S&P evidenziando che, tra aprile e giugno, ci sono state appena trenta transazioni nell’intero settore. Il trend si presta a diverse interpretazioni. Da un lato la forte crescita della redditività dovuta al rialzo dei tassi di interesse ha irrobustito i bilanci, eliminando almeno per ora un incentivo ai processi di consolidamento. In Italia e non solo infatti quasi tutte le recenti operazioni di m&a tra banche sono servite per mettere in sicurezza le realtà più fragili attraverso salvataggi o interventi preventivi pilotati dalla Vigilanza. Una necessità che oggi appare più lontana.
Dall’altro lato il miglioramento dei fondamentali rende le potenziali prede più care rispetto al passato. In Europa il multiplo prezzo/patrimonio tangibile è cresciuto in media da 0,7 a 0,9 volte, mentre il rapporto prezzo/utili è passato da 7,4 a 9,4 volte nel corso dell’ultimo anno.
Questo comporta che pochi deal oggi potrebbero beneficiare di avviamenti negativi (badwill) consistenti simili a quelli registrati negli anni scorsi. Acquisendo un istituto sano come Ubi Banca per esempio nel 2020 Intesa Sanpaolo portò a casa un badwill di ben quattro miliardi, mentre per l’operazione Credit Agricole-Credito Valtellinese la cifra si aggirava attorno al miliardo di euro.
Tornando al report di S&P, l’agenzia di rating americana ha ricordato le principali operazioni di m&a concluse nel secondo trimestre. Il dato interessante è che buona parte dei deal sono avvenuti in business specializzati, dal corporate broking all’investment banking, segno che oggi gli istituti vogliono investire soprattutto in aree di nicchia e non nell’intermediazione tradizionale.
L’acquisizione principale è stata quella di Numis Corporation da parte di Deutsche Bank. La società inglese di corporate broking e consulenza è passata di mano per circa 410 milioni di sterline e consentirà al gruppo di Francoforte di accrescere il proprio peso specifico nel corporate broking, nello strategic advisory, nell’equity and debt capital markets e nell’equity research. Una strategia simile è stata seguita da Mediobanca che a maggio ha annunciato l’acquisto di Arma Partners, una boutique di consulenza in ambito digitale attiva su diversi mercati a partire da quello britannico (150 milioni di impatto sul bilancio).
Nei primi posti in classifica c’è un’altra italiana, Banca Ifis, che ha acquisito per 100 milioni da Compass (Mediobanca) il 100% di Revalea, società specializzata nell’acquisto di non performing loan. Sempre nella city milanese si è registrato l’ingresso di Twenty First Capital, società di gestione francese di fondi di investimento alternativi, nel capitale di Banca Profilo con un investimento di circa 50 milioni. Il gruppo di banche cooperative Cassa Centrale ha invece comprato da Deutsche Bank il 40% del capitale di Prestipay, la società di credito al consumo nata dalla joint venture con il gruppo tedesco. (riproduzione riservata)