La Bce si oppone al congelamento del valore dei titoli di Stato nei bilanci delle banche, come è stato proposto dal Consiglio Ue. Al contrario Francoforte vorrebbe un maggior adeguamento dei bond sovrani ai valori di mercato, perlomeno per quanto riguarda i titoli inclusi nell’indicatore di liquidità Lcr (Liquidity Coverage Ratio). È quanto emerge dagli ultimi interventi del vicepresidente Bce Luis De Guindos e del presidente della Vigilanza Andrea Enria. Il congelamento dei bond pubblici, introdotto durante la pandemia, riduce la volatilità del capitale delle banche, ma secondo la Bce ha l’effetto di ostacolare la gestione dei rischi di rialzo dei tassi, come accaduto per la banca americana Svb.
Il parere della banca centrale sarà considerato dal trilogo Consiglio-Commissione-Parlamento europei, ma l’Ue è comunque orientata ad andare avanti con la proposta. Il cosiddetto «filtro prudenziale» sui titoli di Stato potrebbe essere applicato già nei bilanci annuali 2023.
I ministri finanziari dell’Ecofin vogliono estendere fino al 2025 lo scudo sui bond pubblici scaduto a fine 2022, secondo la posizione approvata su Basilea 3, come riportato su MF-Milano Finanza il 9 novembre. In particolare, il Consiglio intende prolungare per tre anni il filtro prudenziale che permette di non considerare a livello patrimoniale le variazioni di prezzo dei titoli detenuti nella categoria «Fair Value Through Other Comprehensive Income» dove sono inseriti in gran parte i bond disponibili per la vendita, in genere circa la metà del portafoglio complessivo sui bond pubblici. Per l’approvazione definitiva serve un’intesa nel trilogo.
In questo quadro tuttavia De Guindos nei giorni scorsi ha evidenziato: «Una questione preoccupante è l’intenzione di alcune parti del trilogo di reintrodurre filtri prudenziali sulla contabilizzazione delle perdite non realizzate sui titoli di Stato». Per il vicepresidente Bce «questi filtri sono rimasti in vigore nell’Ue fino alla fine del 2022 a causa di un’esenzione sistemica durante la pandemia. Devono essere rigorosamente limitati a momenti di crisi eccezionali e non è questo il momento di reintrodurli».
Allo stesso modo De Guindos ha criticato le altre deviazioni Ue (come quella sui prestiti alle imprese senza rating) che nel complesso dimezzano l’impatto sui requisiti delle regole finali di Basilea 3 adottate a livello internazionale.
La linea della Bce è differente rispetto a quella Ue. Andrea Enria, presidente della Vigilanza di Francoforte, ha ribadito ieri a un incontro organizzato da Goldman Sachs la proposta di considerare al valore di mercato i titoli di Stato inclusi nell’indice Lcr. Così, secondo i supervisori, sarà più facile gestire il problema delle minusvalenze non realizzate (unrealised losses) in caso di crisi di liquidità di un istituto, come nel caso di Svb. Ieri Enria ha reso noto che le minusvalenze potenziali dei titoli nei bilanci delle banche europee sono di 70 miliardi, una cifra giudicata comunque «contenuta» rispetto ai 620 miliardi degli istituti Usa. La Bce potrebbe chiedere requisiti di liquidità aggiuntivi ai gruppi più esposti a fuoriuscite nella raccolta. Enria ha anche invitato le banche a chiudere le posizioni in Russia.
Gli istituti finanziari italiani hanno 416 miliardi di titoli di Stato nazionali. Le banche significative ne hanno per 222 miliardi, quelle minori per 84 miliardi. Rispetto a settembre l’ammontare dei titoli pubblici sul totale delle attività delle banche si è mantenuto al 9,2%. La quota dei bond valutata al costo ammortizzato è al 71% per le banche significative, mentre è al 74% per quelle minori.
Le variazioni di prezzo dei titoli valutati al costo ammortizzato non determinano un effetto diretto sulla redditività o sul patrimonio delle banche. Le eventuali minusvalenze si materializzano solo nell’ipotesi in cui un istituto sia costretto a vendere i titoli prima della scadenza, per esempio per far fronte a improvvise esigenze di liquidità.
Secondo la Banca d’Italia a fine 2022 l’impatto stimato delle unrealized losses sul capitale Cet1 ammontava in media a 200 punti base, a fronte di un Cet1 ratio del 15,3%. Tuttavia meno del 2% delle minusvalenze potenziali riguardava banche con un indice Lcr basso (cioè inferiore al 150%, rispetto al minimo del 100%).
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