Il «pizzicotto» invocato da Giancarlo Giorgetti al Meeting di Rimini potrebbe fare più male del previsto alle banche italiane. Per finanziare la prossima legge di bilancio il governo starebbe studiando anche una tassa sui buyback, i riacquisti di azioni proprie che le aziende - gli istituti di credito in questo caso - fanno sul mercato per alzare il payout a favore dei soci e spingere il titolo in borsa.
L’imposta potrebbe aggiungersi al congelamento per un altro anno (il terzo di fila) delle dta, le imposte differite attive convertibili in crediti fiscali: la misura è stata inserita nella scorsa manovra e permetterà al governo di raccogliere circa 4 miliardi tra 2025 e 2026.
La reazione in borsa non si è fatta attendere. Il 27 agosto le azioni del settore hanno frenato di nuovo a Piazza Affari, un calo iniziato martedì 26 per colpa dell’ennesima crisi politica in Francia ma legato anche allo spauracchio di un nuovo prelievo in arrivo, per alleggerire le tasse sul ceto medio. Mps e Bper hanno pagato più di tutti (-2,7%) in una seduta sofferta inoltre per Intesa Sanpaolo (-2,5%) e Bpm (-2%). Alla fine tutto il Ftse Mib ha pagato dazio (-0,7%), maglia nera in Europa visto il peso degli istituti di credito, che rappresentano il 40% della capitalizzazione del listino.
Il calo dei titoli bancari potrebbe essere legato anche a prese di profitto dopo la corsa degli ultimi mesi. Da gennaio azioni come quelle di Unicredit hanno guadagnato più dell’80% grazie all’appeal speculativo legato al risiko, contribuendo così alla corsa dell’indice milanese (+23% da inizio anno).
Il settore gode ora di ottima salute dopo aver ripulito i bilanci dagli npl e per merito della stretta Bce, che ha gonfiato gli utili. I profitti incassati sono finiti nelle tasche dei soci sotto forma di dividendi e buyback. Ed è proprio questa considerazione che avrebbe spinto il governo a studiare una tassa sui riacquisti di azioni proprie, ipotesi comunque smentita dal Mef e definita «bizzarra» da fonti della maggioranza.
La tassa graverebbe sui soci, che agli occhi del Tesoro potrebbero ben sopportarla. Negli ultimi anni gli azionisti hanno beneficiato della rivalutazione dei titoli oltre che dei generosi dividendi delle banche. Il buyback allora sarebbe sacrificabile perché in sostanza rappresenta una cedola aggiuntiva, che gonfia ulteriormente la remunerazione di chi possiede le azioni.
Vista così, insomma, si tratterebbe di un prelievo da far scontare a chi in questi anni ha particolarmente beneficiato dell’apprezzamento delle banche, ossia gli azionisti, spendibile anche dal punto di vista elettorale prima delle regionali. In questo modo, inoltre, il governo eviterebbe di chiedere un ulteriore contributo al comparto e non ne intaccherebbe coefficienti e patrimonio.
Gli istituti di credito rischiano però un contraccolpo in via indiretta perché una tassa sui buyback potrebbe scoraggiare chi vorrà comprare i titoli del settore, frenando le performance a Piazza Affari. Senza contare che le banche si troverebbero costrette a incrementare l’ammontare dei dividendi e degli stessi riacquisti di azioni proprie per stimolare gli investitori e bilanciare il prelievo fiscale.
Ecco perché non è da escludere che il governo decida di offrire una qualche forma di ristoro come nuove garanzie Sace o sui mutui. Contropartite come queste aiuterebbero le imprese e le famiglie (al Meeting di Rimini Giorgia Meloni ha già annunciato un piano casa per le giovani coppie) e permetterebbero agli istituti di aumentare gli impieghi (quindi il margine d’interesse) correndo un rischio basso.
Non sarà facile. Il governo, se deciderà davvero di procedere, avrà bisogno del sostegno dell’Abi ed è a lavoro per un incontro con la Confindustria delle banche. Solo allora il quadro diventerà più chiaro e si capirà se l’eventuale imposta sui buyback si aggiungerà o prenderà il posto della misura sulle dta, oltre a essere estesa a tutte le società di Piazza Affari. Dal congelamento delle imposte differite si possono ricavare al massimo 1,5 miliardi, somma di certo non sufficiente per una nuova riduzione dell’Irpef e per le altre priorità della maggioranza, come la rottamazione delle cartelle.
Quale che sarà la scelta definitiva, il governo tornerà per il terzo anno di fila a bussare alla porta delle banche per finanziare la manovra. «Tutti dovranno fare la loro parte», dichiara non a caso il vicepremier Matteo Salvini da Rimini. «Soggetti economici che nel 2024 hanno guadagnato 46 miliardi possono dare un contributo alla crescita del Paese e alle famiglie». (riproduzione riservata)