Una valanga di utili da 50 miliardi. Che il 2024 sarebbe stato un altro anno da record per le banche italiane lo si è capito quando Fed e Bce hanno ritardato il taglio dei tassi. Grazie ai ripensamenti della Banca Centrale Europea gli istituti di credito hanno beneficiato anche nel 2024 della spinta del margine d’interesse, che nel 2023 aveva portato gli utili del settore a 40,6 miliardi.
Quest’anno secondo la Fabi, il principale sindacato bancario in Italia, andrà ancora meglio perché i profitti lordi dovrebbero sfiorare i 50 miliardi. E questo nonostante il cambio di atteggiamento da parte delle banche centrali, che domata l’inflazione - così sembrerebbe - sono pronte ad approvare una serie di sforbiciate. La Bce è già partita con un primo taglio a giugno da 25 punti base e a settembre ne dovrebbe seguire uno identico che porterebbe il tasso sui depositi al 3,5%.
Per le banche comunque non c’è da temere, perché per la Fabi «sono pronte a difendersi dall’inversione della politica monetaria in virtù di uno stato di benessere del settore, che favorisce il soddisfacimento dei bisogni di famiglie e imprese e sostiene la crescita dell’economia». Ecco come mai «si fa fatica a non pensare che anche il 2024 restituisca alle banche un altro anno da incorniciare e non mancheranno numeri da record per gli azionisti».
Dunque ancora bilanci al top, come quelli del primo semestre. Da gennaio a giugno i principali sei gruppi del Paese (Intesa Sanpaolo, Unicredit, Banco Bpm, Bper, Mps e Credem) hanno registrato 35 miliardi di ricavi (+9%). Da capogiro anche gli utili netti, che hanno toccato quasi i 13 miliardi (+19,5%) con una crescita raddoppiata rispetto a quella dei ricavi. Il grosso del guadagno sul totale è merito dei primi tre gruppi, ma gli altri hanno seguito a ruota con un rialzo medio del 7,1%.
«A ingrassare il conto economico delle banche non è il solo incremento del fatturato», spiega la Fabi. «Ma anche un’attenta gestione dei costi che, affiancata a una robusta patrimonializzazione, rende il sistema attraente nella galassia finanziaria europea».
La stretta monetaria, insomma, non è stata l’unica leva economica. Perché se nel primo semestre i ricavi da tassi di interesse sono saliti a 20,2 miliardi (+11%), quelli da commissioni sono arrivati a 11,9 miliardi (+6,5%). Mentre il compenso complessivo della gestione delle attività finanziarie ha toccato i 2,7 miliardi (+3,9%). Ne emerge un «conto economico ben solido», sottolinea la Fabi, in grado di «coprire una scarsa crescita dei costi», aumentati solo a 14,2 miliardi (+2,4%).
Nel 2025 preservare i margini sarà più complicato. Per gli analisti il tasso sui depositi potrebbe scendere ancora dell’1-1,5% entro la fine dell’anno prossimo. I ricavi da commissione assumeranno quindi un peso sempre più decisivo: a loro il compito di bilanciare il calo dei tassi. (riproduzione riservata)