L’approvazione delle ultime regole bancarie di Basilea 3 è congelata negli Usa. I repubblicani hanno chiesto il 6 marzo al presidente della Fed Jerome Powell di ritirare le proposte che inaspriranno i requisiti di capitale per le banche americane, anche per quelle con asset tra 100 e 700 miliardi di attivo. In precedenza solo gli istituti oltre questa soglia erano sottoposte a una disciplina più severa. Questo buco è stato una della causa che ha portato alla crisi di Silicon Valley Bank e delle banche regionali Usa.
Powell ha confermato in audizione al Congresso che le autorità bancarie sono impegnate per adottare modifiche «ampie e sostanziali» sulla proposta nota negli Usa come «Basilea 3 endgame», che era stata presentata a luglio dalla Fed. «Abbiamo ascoltato le preoccupazioni e mi aspetto significative modifiche», ha detto Powell alla commissione parlamentare per i servizi finanziari. «Sono fiducioso che la versione finale avrà un ampio sostegno».
Il presidente della Fed in particolare non ha escluso di proporre un testo totalmente nuovo della disciplina in vista di un ulteriore giro di consultazioni. In questo modo la normativa sarebbe rinviata probabilmente alla prossima amministrazione, con l’incertezza di quello che potrebbe accadere soprattutto in caso di vittoria di Donald Trump.
Resta sullo sfondo il tema della parità di condizioni con le banche europee. Nell’Ue tutti gli istituti, non solo quelli più grandi, sono sottoposti alle regole di Basilea su capitale e liquidità. Per le banche si tratta di un aggravio ma è anche vero che molti, durante la crisi di Svb, hanno motivato la maggiore resistenza dei gruppi europei come una conseguenza della normativa finanziaria più stringente.
Nella lettera inviata ieri a Powell i repubblicani Usa hanno sottolineato: «Raccomandiamo che le autorità identifichino obiettivi chiari e giustificazioni ben supportate per l’introduzione di Basilea 3. Qualsiasi nuova proposta dovrebbe essere sostenuta da un’analisi quantitativa rigorosa». Per i repubblicani «la strada giusta da percorrere è quella di ritirare questa proposta difettosa».
Powell è intervenuto al Congresso anche sulla politica monetaria della Fed. Se l’economia americana si evolverà come previsto, «sarà probabilmente opportuno iniziare a ridurre la restrizione monetaria a un certo punto dell’anno», ha detto Powell. Ma il presidente della Fed ha anche sottolineato che «le prospettive economiche sono incerte e i progressi verso l’obiettivo di inflazione del 2% non sono assicurati».
Powell ha mostrato un orientamento equilibrato tra il rischio di fare troppo e quello di fare poco. Il banchiere centrale ha evidenziato che «una riduzione troppo rapida o eccessiva della restrizione potrebbe causare un’inversione dei progressi sull’inflazione e in ultima analisi richiedere misure ancora più restrittive». Allo stesso tempo però ha osservato che «una riduzione troppo tardiva o insufficiente potrebbe indebolire indebitamente l’attività economica e l’occupazione».
Per valutare eventuali aggiustamenti dei tassi la Fed «considererà attentamente i dati in arrivo, l’evoluzione delle prospettive e i rischi», ha detto Powell precisando che la Fed «non ritiene opportuno ridurre i tassi fino a quando non avrà acquisito maggiore fiducia nel fatto che l’inflazione si stia muovendo in modo sostenibile verso il 2%».
Powell ha aggiunto che negli Usa l’inflazione è calata «in modo rilevante». Il carovita è arrivato al 2,4% secondo l’indice sui prezzi Pce di gennaio. Ma la frenata non ha avuto un effetto significativo sull’economia americana che anzi «è cresciuta a ritmo sostenuto nell’ultimo anno», ha detto Powell. Il pil Usa è salito del 3,1% nel 2023.
L’Eurozona invece è rimasta ferma. Perciò la Bce, il cui consiglio direttivo si riunirà il 7 marzo a Francoforte, rischia di causare un danno economico molto maggiore rispetto alla Fed se deciderà di tagliare i tassi troppo tardi. Il consiglio Bce oggi dovrebbe abbassare le proiezioni per quest’anno su inflazione e crescita, ma potrebbe mantenere un orientamento falco sulla base delle stime sull’inflazione core, cioè al netto di energia e cibo. La prima sforbiciata Bce è attesa dai mercati a giugno, quella della Fed a giugno o luglio. (riproduzione riservata)