La crisi economica conseguente alla pandemia ha colpito tutti i settori economici e tra questi, anche quello bancario modificando sensibilmente gli equilibri. Per contrastare il problema da più parti (dentro e fuori dal governo) si promuovono insistentemente le aggregazioni bancarie come garanzia di solidità e concorrenzialità. Ma le cose stanno veramente così? La ridotta dimensione degli attori del sistema bancario italiano e la sua frammentazione sono visti come problemi strutturali già dagli anni 90, principalmente perché tali fattori renderebbero precaria la solidità del settore e la capacità di vigilanza delle autorità. In parte l’osservazione è corretta, in quanto istituiti bancari retail con poche filiali possono essere estremamente fragili o dar luogo con particolare facilità a dinamiche creditizie opache. Tuttavia, il discorso non va estremizzato. Intanto perché non mancano gli esempi di grandi banche collassate a seguito di clamorosi fallimenti delle autorità di vigilanza, basti pensare a Mps o al recente caso della tedesca Wirecard. Poi perché, di fatto, già le banche al di sopra della soglia di poche centinaia di filiali, gli istituti medi, possono opporsi a tali criticità con la stessa efficacia con cui vi si possono opporre le banche con migliaia di filiali. L’elevato ricorso all’outsourcing da parte del sistema bancario, non solamente nel settore dell’Information technology ma senza dubbio a partire da esso (e che è sempre più decisivo), riduce infatti enormemente le differenze tra banche grandi e medie nelle prestazioni e nei costi necessari a garantirle. E il medio istituto, se ben radicato nel territorio e se adotta una corretta politica industriale, possiede in genere una maggiore versatilità, fattore-chiave per rispondere a un sistema economico come quello italiano che ha nella eterogeneità e nelle pmi la propria spina dorsale. Perseguire l’idea di un panorama bancario nazionale fatto di due, tre o quattro poli, invece, non solo non garantirebbe una maggiore efficienza della vigilanza ma finirebbe anche per limitare la concorrenzialità del sistema, che risulterebbe concentrato in poche mani con i rischi di oligopolio che ne deriverebbero.
In questo quadro bancario nazionale non possiamo non citare la questione Mps, da settimane al centro del dibattito. Ovviamente auspico un rilancio industriale per l’istituto senese, ma personalmente, anche qualora si intraprendesse un eventuale percorso di privatizzazione, ritengo che questo debba avvenire a determinate condizioni; principalmente che riguardi un pool di partner così da non privilegiare nessun interlocutore, e si concluda col mantenere, con il marchio, un presidio territoriale in Toscana. Inoltre è condizione necessaria che la/le principali interlocuzioni per il futuro del Monte dei Paschi non diano spazio al minimo dubbio di conflitto di interessi. Per lo stesso motivo ritengo corretto individuare più interlocutori, anche perché occorre evitare che un solo gruppo, benefici dell’intera operazione. Infine, credo che sia auspicabile che una Mps ridotta, ma con il proprio marchio di banca più antica al mondo, continui a esistere nel suo territorio di elezione, la Toscana. Potrebbe operare come banca privata ma anche come medio istituto pubblico. L’Ue potrebbe sollevare obiezioni, è vero, ma non dimentichiamo che in Germania le banche pubbliche federali continuano ad avere un peso rilevante. Un dibattito franco con le autorità di Bruxelles su questo punto non potrebbe che far bene per raggiungere l’applicazione delle regole comuni. E il sistema bancario italiano potrebbe trovare la propria solidità, non nel perseguire il consolidamento, ma nella specializzazione e nella federazione tra realtà bancarie, così come avviene anche in altri settori industriali che si affacciano nei mercati stranieri. (riproduzione riservata)