Le banche italiane medio-piccole hanno «un livello complessivamente basso di allineamento alle aspettative di Vigilanza» sui rischi climatici. Lo ha indicato ieri la Banca d’Italia, che fa la supervisione diretta sulle Lsi (Less Significant Institutions), in un’analisi dei piani d’azione comunicati dagli istituti entro marzo. Le banche non hanno fatto significativi passi avanti dopo le aspettative dei supervisori pubblicate ad aprile 2022, nonostante alcuni progressi nell’ultimo anno. «L’attuazione della maggior parte dei progetti sul tema Esg deve essere ancora avviata o è in una fase preliminare», ha osservato Bankitalia. «Il quadro si conferma comunque eterogeneo: un contenuto numero di banche sta proseguendo speditamente il percorso di allineamento, mentre altre hanno soltanto di recente avviato l’execution di alcuni progetti».
Riguardo agli interventi delle Lsi, Via Nazionale ha rilevato che «in quasi nessun piano» risultano indicate le risorse umane e gli investimenti necessari per l’attuazione delle misure programmate, «carenze che non permettono di valutare pienamente l’effettiva percorribilità dell’obiettivo triennale di completo allineamento alle aspettative, la sostenibilità economica del progetto e il relativo rischio di execution».
Un ambito positivo è quello dell’adeguamento della governance per i rischi ambientali: le iniziative sono state concluse da quasi tutte le Lsi, anche se «elementi di incertezza» per Bankitalia ci sono nella ridefinizione dei controlli e nell’inclusione dei fattori Esg nelle politiche di remunerazione. Le banche ritengono inoltre la riqualificazione dell’offerta con prodotti green «un obiettivo a rilevanza strategica», sebbene «nella maggior parte dei casi le iniziative previste non abbiano ancora raggiunto un sufficiente livello di concretezza», ha indicato la Vigilanza. Inoltre risulta contenuto il numero di banche che ha formalizzato un piano di Net-zero emissions con obiettivi di lungo termine.
Le Lsi hanno iniziato ad affrontare il problema dei dati disponibili, anche se in modo «incerto». Gli istituti fanno «ampio uso» di provider esterni che elaborano punteggi Esg delle controparti, ma resta «centrale la definizione di efficaci presidi» di controllo sui dati. In tal senso Bankitalia ha osservato che gli istituti «potrebbero utilizzare le evidenze già disponibili, come ad esempio quelle sulle coperture assicurative stipulate dalla clientela a fronte del rischio fisico, dalle quali possono essere già tratte informazioni utili».
Infine Bankitalia ha evidenziato «un impegno significativo» per includere i fattori climatici e ambientali nei processi creditizi come la concessione di prestiti e la valutazione delle garanzie: iniziative di questo tipo sono state avviate dalla maggioranza delle Lsi anche se le tempistiche di realizzazione risultano «lunghe», in quanto «la conclusione delle attività è attesa, nella maggior parte dei casi, tra il 2024 e il 2025», ha osservato Bankitalia. Per quanto riguarda le comunicazioni al mercato, quasi la metà del campione ha adottato o prevede di adeguare la Dichiarazione Non Finanziaria (DNF) all’evoluzione della regolamentazione.
Le banche hanno rilevato che molte attività saranno completate a fine 2023 e nel 2024. Anche gli istituti maggiori devono fare progressi rilevanti secondo la Bce. Francoforte negli ultimi esami Srep ha definito misure specifiche sul rischio climatico: «Alcune banche non hanno rispettato la scadenza intermedia di marzo per fare un’adeguata valutazione dei rischi climatici e ambientali», ha detto nei giorni scorsi il presidente della Vigilanza Bce Andrea Enria. «Di conseguenza abbiamo emesso decisioni vincolanti che impongono alle banche di porre rimedio alle carenze nei controlli del rischio, compresa la potenziale imposizione di sanzioni periodiche se le banche non si adeguano».
Nei giorni scorsi l’Eba ha raccomandato agli istituti di includere i rischi climatici nei modelli interni sul rischio di credito, di mercato e operativo. Secondo un’analisi di Prometeia sui 40 gruppi europei maggiori, gli istituti italiani hanno un’esposizione elevata (pari all’84% del totale corporate) verso settori che contribuiscono al cambiamento climatico. (riproduzione riservata)