Borse asiatiche per la maggior parte positive in scia a Wall Street in quanto le aspettative di tassi di interesse più bassi negli Stati Uniti (la Fed ha segnalato la fine di ulteriori rialzi dei tassi e ha detto che sono probabili tagli nel 2024) e i segnali accomodanti dalla Banca del Giappone hanno mantenuto gli investitori ottimisti in vista del nuovo anno.
L’indice Nikkei giapponese è salito dell’1,47% a quota 33.708 punti, sui massimi degli ultimi 33 anni, dopo che, in linea con le attese, la Banca del Giappone il 19 dicembre ha mantenuto stabile le propria politica monetaria e ha offerto pochi indizi su un possibile cambiamento nel 2024, in attesa di ulteriori prove sulla possibilità che i salari e i prezzi aumentino abbastanza da giustificare un allontanamento dal massiccio stimolo monetario. Una decisione che ha visto indebolirsi lo yen, sostenendo le azioni delle società orientate all'esportazione. Toyota Motor ha guadagnato lo 0,13%, anche se la sua divisione Daihatsu interromperà le spedizioni di tutti i suoi veicoli dopo un'indagine sulla sicurezza che ha rilevato problemi in 64 modelli, compresi quasi due dozzine venduti sotto il marchio Toyota, e Honda Motor si è apprezzata del 2,1%. Viceversa, sono scese le azioni delle compagnie di container in seguito agli attacchi alle navi nel Mar Rosso. Mitsui O.S.K. Lines e Nippon Yusen sono calate dello 0,2% ciascuna. Asahi Group, birrificio che ha annunciato un aumento dei prezzi da aprile dell'anno prossimo, è cresciuto dell'1,2%.
Dal fronte macro, il deficit commerciale del Giappone si è ridotto di oltre il 62% a 776,9 miliardi di yen a novembre rispetto a un anno fa. In particolare, le esportazioni si sono contratte dello 0,2% a 8,82 trilioni di yen, il primo calo in tre mesi, con ribassi significativi nelle esportazioni di prodotti alimentari, ferro e acciaio e macchinari per la lavorazione dei metalli. Le importazioni, invece, sono crollate di quasi il 12% a 9,6 trilioni di yen, con cali significativi nelle importazioni di pesce, legno e carbone. Più in dettaglio, le esportazioni verso la Cina, il principale partner commerciale del Paese, sono diminuite del 2,2%, a causa del calo significativo delle esportazioni di prodotti alimentari, computer e motocicli. Sono calate anche le importazioni dalla Cina: -3,2%, a causa della contrazione delle importazioni di prodotti petroliferi, ferro e acciaio e semiconduttori.
Inoltre, due fonti hanno detto all’agenzia Reuters che il governo giapponese alzerà la sua stima del tasso a lungo termine utilizzato per redigere il bilancio dello Stato all’1,9% per il prossimo fiscale (2024/2025) rispetto all'1,1% dell'anno in corso. Sarebbe la prima volta in 17 anni che il governo lo fa. Una scelta che riflette l'aumento dei rendimenti dei titoli di Stato in previsione che la banca centrale cercherà una via d'uscita nel breve termine dalla politica monetaria molto accomodante. Ciò aumenterà anche i costi di finanziamento del debito del governo. Il governo ha mantenuto il tasso all’1,1% per sette anni fino a questo anno fiscale che termina a marzo, nell'ambito della politica di tassi bassissimi della Banca del Giappone. I tassi di interesse ipotizzati erano all’1,8% nell'anno fiscale 2013 e sono stati abbassati gradualmente all’1,1% nell'anno fiscale 2017, circa nel periodo in cui la banca centrale giapponese ha adottato la sua politica di controllo della curva dei rendimenti, limitando il rendimento dei titoli decennali intorno allo zero.
In rialzo anche l’indice Asx 200 dell'Australia (+0,65%) che ha raggiunto il massimo degli ultimi 10 mesi grazie ai settori minerario e bancario, alimentato dalle crescenti speranze che la Riserva Bank of Australia abbia terminato di aumentare i tassi. Mentre il Kospi della Corea del Sud ha guadagnato l'1,68% grazie alla forza delle azioni tecnologiche.
Invece, i listini cinesi sono rimasti indietro dopo che la Banca Popolare Cinese (PBoC) ha mantenuto invariato il tasso di riferimento sui prestiti ai minimi storici. Il tasso sui prestiti a un anno è rimasto al 3,45%, mentre quello sui prestiti a cinque anni al 4,2%. Sebbene la mossa fosse ampiamente scontata, ha evidenziato quanto poco spazio abbia l’istituto centrale cinese per mantenere una politica accomodante e sostenere una ripresa economica nel Paese. Gli indici Shanghai Shenzhen CSI 300 e Shanghai Composite cinesi sono scesi, rispettivamente, dello 0,68% e dello 0,60%, testando i minimi dell'anno. Mentre l'indice Hang Seng di Hong Kong è salito contro corrente dell'1,1% grazie alla forza nel settore dell'energia e delle azioni tecnologiche. Lo yuan cinese è rimasto indietro dopo il nulla di fatto della PBoC.
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