Un martedì all’insegna del rosso, in Asia, il 19 settembre i mercati azionari flettono, appesantiti dal Nikkei che alle ore 7:30 italiane perde oltre l’1% mentre Hong Kong e Shanghai cedono lo 0,15% in media. Gli investitori hanno gli occhi puntati sulle decisione della Fed, mercoledì, in materia di tassi temendo che il petrolio in corsa verso i 100 dollari il barile (Brent a 94,8, Wti a 92,4% oggi) infiammino di nuovo l’inflazione mettendo il bastone fra le ruote alle banche centrali di mezzo mondo. Oggi, fra l’altro, le minute della Reserve Bank of Australia hanno messo in evidenza che il board ha meditato un altro rialzo del costo del denaro a settembre, anche se poi ha deciso di non agire.
Intanto il rendimento del T bond decennale passa in Asia dal 4,30% al 4,312%, significa che il prezzo scende e il mercato vende il debito Usa temendo ulteriori strette monetarie in arrivo. I futures sugli indici di Wall Street si muovono in rosso per lo 0,15%.
Con il benchmark del greggio Brent vicino a 95 dollari al barile, trader e analisti parlano sempre più spesso di quando – e non se – i prezzi del petrolio torneranno sopra i 100 dollari. «Ci stiamo certamente muovendo in quella direzione», ha detto Mike Wirth, ceo di Chevron, il quale ritiene che l’economia possa resistere a un simile aumento dei prezzi.
Nel frattempo, i premi per i barili fisici stanno aumentando in tutto il mondo mentre le raffinerie lavorano per produrre abbastanza diesel in vista dell’aumento stagionale della domanda.
Il governatore della Banca popolare cinese Pan Gongsheng ha dichiarato in un simposio a cui hanno partecipato rappresentanti di una serie di importanti società straniere che la Banca centrale rafforzerà gli sforzi per stabilizzare il commercio e migliorare il contesto imprenditoriale per le aziende straniere.
Il messaggio arriva in un momento in cui la fiducia delle società estere nei confronti della Cina è in difficoltà, indebolita dalle crescenti tensioni geopolitiche e dalle preoccupazioni sulla crescita della più grande economia asiatica.
La Reserve Bank of Australia ha mantenuto i tassi al 4,1% durante l'incontro finale sotto la guida del governatore Philip Lowe, estendendo la pausa sui rialzi per il terzo mese consecutivo, in linea con il consenso del mercato.
Il consiglio, secondo quanto è emerso martedì dalle minute, ha affermato che l'inflazione ha superato il picco, ma i valori rimangono troppo elevati e resteranno tali per qualche tempo. La Banca centrale ha ribadito che potrebbe essere necessario un ulteriore inasprimento monetario per riportare l’inflazione nell’intervallo target del 2-3% in un arco di tempo ragionevole, aggiungendo che qualsiasi aggiustamento dei tassi dipenderà dall’evoluzione dell’economia e dei prezzi.
Il consiglio prevede che l’inflazione sarà intorno al 3,25% entro la fine del 2024 e tornerà all’interno del corridoio previsto alla fine del 2025. Nel frattempo, l’economia australiana sta attraversando un periodo di crescita inferiore al trend e si prevede che ciò continui e che la disoccupazione aumenterà gradualmente fino a circa il 4,5% alla fine del prossimo anno. (riproduzione riservata)