«Vediamo un possibile slancio per l’argento grazie a una potente combinazione di fattori»: questa è l’opinione di Ned Naylor-Leyland e Daniel March, rispettivamente Investment Manager e Investment Director, Gold & Silver, di Jupiter AM. La produzione non è in grado di tenere il passo con la domanda e le scorte possono assorbire il deficit solo entro una certa misura. Nel 2021 il fenomeno meme stock ha fatto schizzare il prezzo dell’8% in un solo giorno, nel tentativo di generare un short squeeze. È un segnale che la richiesta finanziaria ha una forte influenza sul prezzo. Ecco gli altri fattori da tenere in considerazione
Nel 2022 la richiesta di argento è stata superiore alla domanda per 237 milioni di once e nel 2023 il Silver Institute si aspetta che sarà di 142 milioni. I motivi, si apprende dalla nota diffusa da Jupiter, sono molteplici: innanzitutto la produzione è rimasta costante negli ultimi anni intorno al valore di 800 milioni di once. I dati di Statista confermano che non si tratta di un trend a breve termine: nel 2005 l’output mondiale di argento era di 20 mila tonnellate (circa 700 milioni di once) e nel 2022 la stima è di 25 mila (circa 880 milioni di once).
Nel corso del solo 2022, però, la domanda industriale è aumentata del 5%, quella del settore dei preziosi del 29% (guidata soprattutto dall’India) e quella degli investimenti fisici del 22%. Le scorte fisiche sono in diminuzione, fenomeno confermato dal gruppo industriale Lbma, secondo cui la riserve a Londra sono superiori solo a quelle del 2016.
Jupiter, nel report, sostiene che «le applicazioni manifatturiere dell’argento e la crescente domanda di lingotti e monete garantiscono che la maggior parte della nuova offerta dalle miniere continuerà ad essere destinata a questi settori».
Al contrario di quanto si pensi, l’argento è principalmente un metallo monetario e la correlazione di 0,8 con l’oro costituisce una delle prove. Un’altra è la pratica dei banchi di negoziazione, che scambiano spesso la coppia XAU/USD (oro in dollari) e XAG/USD (argento in dollari). L’elevato rapporto stock/flow (ossia il rapporto tra l’inventario già estratto e disponibile diviso il metallo che entra in circolazione nell’anno) lo rende desiderabile come valuta perché la nuova produzione ha poco potere inflazionistico rispetto alla massa già in circolazione
A partire dal 2020 l’oro si è scambiato nell’intervallo 1,600 dollari – 2.000 dollari per oncia, registrando nuovi massimi, mentre l’argento tra i 14 dollari-28 dollari per oncia, ben lontano dai massimi del 2011, quando aveva superato i 45 dollari/oncia. Secondo Jupiter, la divergenza rappresenta un’opportunità.
La domanda industriale influenza solo parzialmente il prezzo dell’argento, che è invece più sensibile alle transazioni nei mercati finanziari. Jupiter scrive nel report che «Data l’entità dei flussi dei fondi negoziati in borsa, è stato dimostrato che la domanda istituzionale di argento e oro ha un impatto maggiore sui prezzi del mercato di questi metalli».
Evidenza di questo è la volatilità al termine del gennaio 2021: in quel periodo il metallo è stato preso di mira dai trader di WallStreetBets, perché le banche spesso mantengono posizioni nette corte sull’argento. Con l’obbiettivo di generare uno short squeeze, gli investitori retail hanno iniziato ad acquistare aggressivamente posizioni lunghe al fine di obbligare le banche a chiudere le posizioni short, facendo aumentare il prezzo a loro volta. Tramite la negoziazione di prodotti in borsa sono state allocate «più di 100 milioni di once in soli tre giorni, facendo salire il prezzo spot dell’argento del 15% a 30 dollari l’oncia». (riproduzione riservata)