skin track
Una mummia del Museo Egizio di Torino sottoposta a Tac
Una mummia del Museo Egizio di Torino sottoposta a Tac
Class Leggi dopo

Anche la mummia fa la tac

di Roberto Copello
13 aprile 2026, 12:00

Class

Dimenticate piccone e scavi sotto il sole. Oggi gli strumenti dell’archeologo sono droni e scanner 3D, algoritmi di AI e radiografie muoniche

«Archaeology goes digital». Una rivoluzione hi-tech sta mettendo le ali alla ricerca archeologica, sul campo e nei laboratori. Lo scavo manuale è sempre più integrato da un approccio multidisciplinare più sostenibile e mirato, che preserva i siti archeologici e lascia «vedere» il passato prima ancora di toccarlo. Con droni e scanner 3D al posto di piccone e paletta, Tac e Lidar invece che sessola e trowel (guai a chiamarla cazzuola...).

Tante innovazioni per la «next-gen archaeology». Per esempio? Sistemi di AI confrontano grandi volumi di dati con le immagini satellitari, identificando siti nascosti dalla vegetazione. Georadar e droni dotati di sensori termici, multispettrali e LiDAR (telerilevamento laser) mappano il sottosuolo, evidenziando strutture negli strati geologici, scoprendo templi neolitici in Anatolia, fortificazioni in Siria e in Iraq, città Maya in Messico e Guatemala. Algoritmi di computer vision riconoscono i reperti in scavi complessi. Robot e droni rilevano in 3D i siti archeologici, consentendo scavi più mirati. Realtà aumentata e virtuale rendono più comprensibili (e studiabili) i siti stessi, restituendone l'antico aspetto. La termografia individua imperfezioni invisibili a occhio nudo, come infiltrazioni o muffe in mosaici, affreschi, bronzi, pitture, pergamene. La termoluminescenza determina l'età di ceramiche e reperti inorganici, non databili con il C14. Tecniche di machine learning classificano in pochi secondi un frammento di anfora romana, come fa l'app ArchAIDE. Tac e radiografie svelano età e malattie di individui vissuti migliaia di anni fa. O scoprono i gioielli celati sotto le bende di una mummia egizia, senza danneggiarla. Laser scanner rilevano e digitalizzano i manufatti, modellandoli in 3D. Software di sfoglio virtuale leggono i testi all'interno di rotoli di papiro impastati e carbonizzati, come quelli di Ercolano. Piattaforme di AI (come quella del progetto europeo Rithms coordinato a Venezia dall'Istituto italiano di tecnologia) sfruttano la Social Network Analysis (SNA) per individuare i trafficanti di reperti e gli scavi clandestini. Robot intelligenti (vedi il progetto europeo RePAIR) ricompongono il puzzle di migliaia di frammenti di affreschi, come quelli della Casa dei Pittori di Pompei, distrutti dai bombardamenti del 1943.

Anche la mummia fa la tac

I risultati insomma non si contano più. Per restare all'Egitto, la radiografia muonica sfruttando i raggi cosmici ha rivelato l'esistenza di un corridoio sconosciuto dentro la piramide di Cheope (progetto ScanPyramids). Analisi cristallografiche con diffrattometro XRD a raggi X hanno rivelato che la maschera di Tutankhamon fu realizzata con due differenti leghe d'oro: a 18,4 carati per il volto e il collo, a 22,5 per il copricapo (nemes). Anni fa, radiografie avevano evidenziato che la maschera è costituita da otto parti distinte, assemblate con rivetti. L'analisi chimica non invasiva invece ha evidenziato che il ferro del pugnale di Tutankhamon proviene da un meteorite.

Anche la mummia fa la tacAnche la mummia fa la tac

Invece l'egittologa Lidija McKnight dell’Università di Manchester, ideatrice della Ancient Egyptian Animal Bio Bank, ha radiografato 800 mummie votive a forma di animale, verificando che una su tre non conteneva nulla! Insomma, gli imbalsamatori truffavano i fedeli. E un inganno si celava pure nella mummia di un grande coccodrillo: in realtà conteneva otto cuccioli di rettili del Nilo. (Roberto Copello)
© riproduzione riservata



Condividi Condividi su Whatsapp Invia ad un amico Stampa news