Dal 2022 l’obiettivo principale della Bce è stato quello di contenere il rialzo dell’inflazione causato dalla pandemia e dalla guerra. Il carovita nell’Eurozona ha raggiunto un picco del 10,6% a ottobre 2022. Perciò la Bce ha varato la stretta monetaria più dura dalla nascita dell’euro, aumentando i tassi del 4,5% tra luglio 2022 e settembre 2023. Ma quel mondo appare oggi un lontano ricordo. I tassi alti e la caduta dei prezzi dell’energia hanno fatto scendere l’inflazione alla stessa velocità con cui era salita. A settembre è arrivata così all’1,7%, il dato più basso da aprile 2021. Ma proprio mentre l’alta inflazione sembra domata, emerge sempre di più il rischio dello scenario opposto, quello di un’inflazione troppo bassa. Non si può più escludere che nel 2025 la Bce, superati gli anni della pandemia e della crisi energetica, torni al problema dell’era Draghi, quello di risollevare il carovita fino al 2%.
La Bce ha l’obiettivo della stabilità dei prezzi, definita come un’inflazione al 2% nel medio termine. L’ultima revisione della strategia ha rafforzato il principio del target «simmetrico»: in altri termini, la banca centrale deve evitare con la stessa intensità che il carovita sia sopra il 2% (overshooting) o sotto la soglia (undershooting). Negli ultimi anni Francoforte si è concentrata soprattutto sui rischi al rialzo, come conseguenza di dati a lungo sopra il target. Tuttavia nel consiglio direttivo del 17 ottobre, nel quale i tassi sono stati tagliati dello 0,25% per la terza volta, la Bce ha iniziato a mostrare una preoccupazione maggiore per il rischio di undershooting rispetto a quello di overshooting.
Lagarde ha riconosciuto che è più probabile che le previsioni Bce sul carovita a dicembre siano riviste al ribasso che al rialzo. Sarà probabilmente abbassato il 2,2% indicato per il 2025 nelle proiezioni di settembre. La narrativa dei falchi Bce su un «ultimo miglio» difficile nel ritorno alla stabilità dei prezzi è ormai scomparsa. Anche le componenti più persistenti dell’inflazione, ovvero quelle core (cioè al netto di energia e cibo) e nei servizi, sono in calo. I salari sono aumentati nel 2024, come era fisiologico attendersi dopo anni di perdite nel potere d’acquisto dei lavoratori, ma non c’è mai stata una spirale con i prezzi. Nel 2025 anche gli stipendi freneranno: ci vorrà tempo prima di nuove significative rinegoziazioni contrattuali. L’aumento dell’inflazione atteso a fine 2024 sarà legato soltanto a effetti base sui prezzi dell’energia ma non cambierà la traiettoria per l’anno prossimo.
La Bce ha già modificato le aspettative sulla tempistica del ritorno dell’inflazione al 2% in modo stabile??????: avverrà «nel corso» del 2025, ha detto Lagarde, quindi non più nella seconda parte dell’anno. Gli analisti consultati dalla Bce nel Survey of Professional Forecasters si aspettano che il carovita dell’Eurozona sarà all’1,9% nel 2025 e nel 2026.
Al quadro sui prezzi va aggiunto quello sulla crescita. La Bce non prevede una recessione ma l’attività economica è «più debole delle attese» con rischi «orientati al peggioramento». I consumi delle famiglie e gli investimenti delle imprese non sono ripartiti (al contrario degli auspici di Francoforte) perché bloccati dall’incertezza e dalla scarsa fiducia. I governi europei dovranno abbandonare le politiche espansive. Le esportazioni dovrebbero faticare a causa delle difficoltà della Cina, in attesa di conoscere l’impatto sull’Eurozona delle elezioni presidenziali americane.
Le prospettive negative per la crescita sono state confermate da 95 grandi aziende europee consultate dalla Bce a fine settembre. Secondo gli esiti del sondaggio di Francoforte, l’attività delle imprese ha subito «un rallentamento nel corso dell’estate, soprattutto a causa del calo della fiducia nel settore industriale, che ha indotto le aziende a ridurre gli investimenti e a concentrarsi sulla riduzione dei costi». Nel frattempo, sempre secondo il sondaggio, «l’attesa ripresa dei consumi è stata ancora piuttosto discontinua», mentre c’è stata una «frenata dei prezzi dei servizi». Per il prossimo anno si prevede «un ulteriore rallentamento della crescita dei salari».
Dalla crescita non arriveranno spinte inflazionistiche. Eppure la politica monetaria continuerà a essere restrittiva per buona parte dell’anno prossimo. I tassi, ora al 3,25%, continueranno a comprimere l’economia fino a quando non torneranno al livello neutrale, stimato dagli analisti all’1,5-2%.
Secondo Citi, «occorre chiedersi perché il consiglio direttivo ritenga necessario che la politica monetaria rimanga restrittiva, quando a tutti gli effetti l’inflazione è già in linea con l’obiettivo e si prevede che lo rimanga, mentre i rischi per la crescita sono al ribasso». Perciò per Citi «i dati in arrivo probabilmente costringeranno la Bce a impegnarsi in un allentamento costante, con tagli dei tassi ad ogni riunione fino a quando l’orientamento di politica monetaria non sarà solo neutrale, ma di fatto espansivo».
BofA ha osservato che «la riunione di dicembre potrà essere cruciale. Allora sarà difficile evitare un persistente undershooting dell’inflazione nelle proiezioni macroeconomiche. Sarà così complicato per la Bce continuare a dire che "manterrà i tassi sufficientemente restrittivi per tutto il tempo necessario"». Lo scenario «consentirebbe non solo di tagliare i tassi, ma anche di segnalare un percorso» di riduzione. Perciò BofA prevede una serie di tagli consecutivi fino al 2% entro giugno, con altre due riduzioni entro fine 2025 fino ad arrivare a un tasso terminale dell’1,5%, sebbene «con il rischio di ulteriori tagli se l’inflazione o la ripresa si riveleranno più deboli del previsto».
Anche Goldman Sachs si attende tagli consecutivi di 25 punti base in ogni riunione fino al 2% a giugno, con possibilità di altre due riduzioni nel secondo semestre 2025. I mercati monetari scontano sforbiciate fino ad arrivare al 2% a giugno. Nel corso del 2025 i dati economici diranno se sarà necessario non solo riportare i tassi al livello neutrale, ma ritornare anche a stimolare l’economia. (riproduzione riservata)