L’8 novembre si terrà a Budapest la riunione del Capi di Stato e di Governo dell’Ue. Il principale argomento in discussione è la competitività. Ma certamente sarà l'esito delle elezioni americane a concentrare gli interventi , le analisi e le prime proposte. Del resto, se non fosse così, bisognerebbe concludere che l’Unione sia fuori dal tempo, chiusa in una torre d’avorio, e che risulti purtroppo in declino proprio nel momento in cui, in relazione al risultato della prova elettorale in America - quale che esso sarà e stamane lo si potrà rilevare, dunque anche nell'ipotesi migliore per i rapporti euro/statunitensi - del proprio ruolo si avverte maggiormente l’esigenza: una sottovalutazione, insomma, a cui non possiamo e non vogliamo credere.
L’analisi non potrà non riguardare, per la stretta connessione, anche i rapporti con la Cina e non potrà trascurare, affrontandosi il tema della competitività sulla scorta del Report di Mario Draghi, la questione degli investimenti comuni nell'area per lo sviluppo di beni pubblici europei e, quindi, il ricorso a forme di debito comune. Nella riunione dell’Eurogruppo di lunedì si è registrata, in effetti, una convergenza sull’esigenza di finanziare in comune con risorse pubbliche investimenti per beni europei, in particolare nei settori dove l’integrazione delle risorse risulta efficace.
È una proposta importante. Tuttavia, subito interviene una delimitazione della decisione che il presidente dell’Eurogruppo Paschal Donohoe e diversi componenti del Gruppo presentano come una mera dichiarazione di principio che spetterà - si può dedurne - ad altre istituzioni valutare se e quando tradurre in pratica. Insomma, un piccolo passo avanti, subito però bloccato. Certo, non è facile riprendere la strada del debito comune ispirandosi al Next Generation Eu, data la contrarietà di alcuni partner e dati i limiti delle attribuzioni dell'Eurogruppo- Nè si può imboccare questo percorso in presenza integralmente - insomma senza deroghe - dei vincoli del riformato Patto di stabilità.
Tuttavia non si può neppure trasformare l’analisi dei problemi della competitività e la serie di elogi al piano - Draghi (ma pure a quello di Enrico Letta sull’Unione dei mercati dei capitali) in un mero discorso accademico, privo di concrete ricadute. Il rilievo del tema della competitività è tale - anche perché ad esso è strettamente collegata una miriade di altri argomenti di politica economica e finanziaria ma non solo - che deve essere affrontato nelle sedi istituzionalmente preposte alle decisioni e lo si dovrebbe fare senza indugio, mentre a livello globale mutano molti dei tradizionali riferimenti, con le due guerre in corso, le necessarie transizioni, le altre difficoltà geopolitiche, le migrazioni.
Quando Jean Monnet sosteneva che l’Europa progredisce proprio nei periodi di crisi per il modo in cui le affronta, era ancora il tempo di grandi leader: non bastano la crisi e gli ordinamenti. Sono necessarie le persone all’altezza delle sfide. Oggi, dopo quanto si verificherà negli Usa - al di là del colore e dei programmi del futuro presidente - si può dire sin d'ora che si è aperta una nuova fase e che, dunque, per l'Unione suona con forza la campana finalmente per il risveglio. E la spinta viene dal di là dell'Atlantico. È sperabile che l’8 il Consiglio europeo sia all'altezza di questi straordinari impegni. (riproduzione riservata)