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Pitti uomo punta a tornare a quota 1.000 espositori entro il 2028

«Con la fine dei restauri in Fortezza da Basso potremo confermare le presenze medie prima del Covid», anticipa a MFF in esclusiva il nuovo ceo dei saloni di Firenze, Ivano Cauli. Che succede a Raffaello Napoleone, rimasto al vertice per 37 anni, arrivando dal mondo del digital. «L’obiettivo è crescere, mantenendo la leadership», racconta

di Tommaso Palazzi
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Ivano Cauli (courtesy Pitti immagine)
Ivano Cauli (courtesy Pitti immagine)

L’obiettivo guarda oltre il breve periodo: il ritorno ai livelli pre-Covid, con una Fortezza da Basso pienamente restaurata entro il 2027 e operativa dal 2028, quando il sistema Pitti potrebbe tornare a sfiorare o superare i 1.000 espositori. Un traguardo non solo numerico, ma strategico, spiega a MFF il nuovo ceo Ivano Cauli: «Non necessariamente nel solo abbigliamento, ma con un racconto più ampio delle categorie che stanno trainando il mercato». Nominato per raccogliere il testimone dopo 37 anni di guida di Raffaello Napoleone, che resta oggi consigliere delegato per le relazioni internazionali e istituzionali. La nomina di Cauli segna anche un ricambio generazionale: Napoleone, 72 anni, lascia il posto a un cinquantenne lombardo esperto di trasformazione digitale, fondatore nel 2005 dell’azienda Openmind specializzata in e-commerce e piattaforme cloud, venduta ad Accenture nel 2021. Il gruppo fiorentino (25,1 milioni di fatturato nel 2024) conferma per la prossima edizione 720 espositori, di cui il 44% esteri.

Prima del Covid Pitti aveva oltre 1.000 espositori. Ora sono circa 720. Vuole tornare a quelle cifre?

Sì, indicativamente l’obiettivo è tornare a regime. Con la fine dei lavori alla Fortezza da Basso, prevista tra il 2027 e il 2028, immaginiamo di poter recuperare quei livelli. Ma non è solo una questione numerica: non è detto che si tratti esclusivamente di 1.000 aziende di abbigliamento. Potrebbero esserci anche nuove aree merceologiche, dal beauty al food, che oggi stanno diventando sempre più rilevanti nel racconto del sistema moda.

Quindi un Pitti più ampio, non solo moda?

Esatto. Pitti è un sistema di manifestazioni che si parlano tra loro. L’uomo resta il cuore, quello che ci rende riconoscibili, ma sempre più integrato con altre esperienze. Il beauty, le fragranze, il food: sono tutte categorie che oggi raccontano il cambiamento del consumo e del lusso. L’obiettivo è costruire un’esperienza, non una semplice sequenza di stand.

Lei viene da un mondo tecnologico. Come è arrivato alla moda?

Io arrivo dal mondo della tecnologia e della consulenza strategica. Ho avuto la fortuna di lavorare con chi metteva insieme creatività, business e innovazione, e ho poi fondato Openmind. In quel percorso ho seguito gruppi industriali come Barilla e Maserati, poi il lusso e la moda, da Gucci a Fendi, sempre con un approccio integrato tra tecnologia e creatività.

La sua prima sfilata?

La mia prima sfilata è stata Fendi uomo. Era un momento in cui lavoravo già nel settore e mi è piaciuta moltissimo. C’erano Karl Lagerfeld e Silvia Venturini Fendi. È stato un impatto forte, un modo per entrare davvero dentro quel mondo.

Che rapporto ha oggi con la moda?

La moda mi è sempre piaciuta. Poi, per un periodo, è rimasta più sullo sfondo, tra lavoro all’estero e consulenza. Ma quando ci sono rientrato mi sono divertito molto. Mi piace anche come linguaggio personale: può diventare un elemento di rottura, un modo per uscire dai codici, anche rispetto al mondo più rigido della tecnologia o del business.

Lei ha citato il digitale. Oggi che ruolo hanno e-commerce e piattaforme?

La narrativa dell’e-commerce in crisi non è corretta. Il commercio online si è stabilizzato intorno a una quota fisiologica, circa il 10% del fatturato medio delle aziende, come componente di vendita. Il punto non è sostituire il fisico, ma integrarlo con servizi digitali che entrano nella vita reale delle aziende.

In che modo, concretamente?

Per esempio attraverso i dati. Noi abbiamo quello che credo sia il più grande database di buyer al mondo. In origine era un archivio «statico», con informazioni anagrafiche. Oggi, grazie anche all’intelligenza artificiale, lo abbiamo arricchito: abbiamo integrato letture sugli e-commerce dei retailer, sulla loro presenza social, sui comportamenti digitali. Ne abbiamo costruito una versione rielaborata in chiave Pitti.

Qual è la sfida più ampia dell’intelligenza artificiale per il vostro settore?

La sfida è culturale prima ancora che tecnologica. L’Ai cambia il modo in cui si interpretano i mercati e si costruiscono le relazioni. Ma non sostituisce l’esperienza fisica: la amplifica. Il rischio è pensare che possa diventare un’alternativa, mentre in realtà deve essere un livello ulteriore di conoscenza e servizio. (riproduzione riservata)

Orario di pubblicazione: 01/06/2026 19:00
Ultimo aggiornamento: 01/06/2026 19:15
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