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Le tre ipo da 4mila miliardi che cambieranno il lusso

Inchiesta di MFF sull’impatto per il fashion dei collocamenti di SpaceX, Anthropic e OpenAI. «Arriva un’ondata di ricchi con un potenziale di spesa da 200 miliardi attratti dal super luxury e personalizzazione», spiegano gli esperti. E non è un caso che big da Gucci a Dior, da Vuitton a Zegna abbiano sfilato tra Los Angeles e New York

di Stefano Roncato e Tommaso Palazzi
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Da sinistra, il war secretary Usa Pete Hegseth con Elon Musk nella sede di SpaceX (ph Imagoeconomica)
Da sinistra, il war secretary Usa Pete Hegseth con Elon Musk nella sede di SpaceX (ph Imagoeconomica)

C’è un filo invisibile che lega le future quotazioni di SpaceX, in programma domani al Nasdaq, OpenAI e Anthropic, attese per i prossimi mesi alle prime file delle sfilate di New York e alle vendite fashion e luxury nei flagship di Beverly Hills o Miami. Se le valutazioni private verranno confermate al debutto in borsa, le tre società potrebbero portare sul mercato una capitalizzazione aggregata prossima ai 4mila miliardi di dollari, una massa finanziaria che non si vedeva dai tempi della rivoluzione delle dot.com. «L’intelligenza artificiale ha già creato molti nuovi ricchi. Il fatto che il flottante sia ridotto contribuisce anche a sostenere valutazioni molto elevate. Chi riuscirà ad acquistare i titoli potrebbe realizzare rapidamente forti plusvalenze», spiega a MFF Michele Norsa, consulente strategico e consigliere di realtà da Zegna agli elicotteri Pagani ai cantieri navali Azimut Benetti. Dal punto di vista strettamente borsistico, l’impatto potrebbe essere meno dirompente di quanto suggeriscano le cifre. «Le valutazioni sono molto elevate, ma i collocamenti riguarderanno quote piccole, intorno al 10%. Anche se poi i titoli dovessero apprezzarsi significativamente, il loro peso sugli indici non dovrebbe discostarsi molto dal 5%. Dal punto di vista strettamente borsistico non credo che assisteremo a una rivoluzione». La trasformazione più profonda riguarda la creazione di ricchezza, una cui parte potrà essere impiegata sui consumi di lusso. «Da quello che sento, gli investitori saranno prevalentemente americani. Investire dall’estero è più complesso. Non vedo quindi un grande trasferimento di capitali dal lusso all’intelligenza artificiale. Piuttosto si utilizzerà liquidità già disponibile», nota Michele Norsa.

In primis con l’arrivo di nuovi consumatori high spending. Le stock option trasformano ingegneri quarantenni in hnwi-high net worth individuals. Dal boom di Microsoft, Amazon, Meta e Google fino alla nascita dei grandi patrimoni della Silicon valley, ogni ciclo tecnologico ha avuto effetti diretti sul lusso. Dagli acquisti immobiliari all'arte, fino alla moda, la redistribuzione della ricchezza ha alimentato nuovi codici del consumo aspirazionale. La domanda che oggi si pongono gli operatori del settore è se OpenAI, Anthropic e SpaceX possano inaugurare una nuova stagione di domanda premium, soprattutto negli Stati Uniti, primo mercato mondiale del lusso. L’Ai sta creando nuovi «eroi imprenditoriali». Come negli anni Duemila i fondatori della Silicon valley hanno ridefinito il consumo di lusso, oggi potrebbero farlo i protagonisti dell'intelligenza artificiale. «Cercano esclusività, sostenibilità e unicità. Vogliono prodotti innovativi ma anche molto personali», spiega Norsa. Il fenomeno attraversa interi comparti, dal fashion ai gioielli, dall’auto allo yachting. «Lo vedo nel mercato delle auto, degli elicotteri e degli aerei privati alla cui personalizzazione lavora una realtà come Pagani Arte. Tutti vogliono personalizzare, rendere unico ciò che acquistano». Il lusso diventa sempre più un servizio su misura. «Chi spende decine di milioni per un aereo investe poi somme enormi per realizzare interni estremamente sofisticati». Nel fashion il codice cambia direzione. «Quando si tratta di vestirsi, vediamo una ricerca di qualità e discrezione. Materiali eccellenti, colori sobri, manifattura impeccabile. Nessuno vuole più ostentare in modo evidente». Anche la cultura del prodotto si rafforza. «Fibre naturali, qualità del manufatto, provenienza dei materiali. Penso al lino, che fino a pochi anni fa era confinato a pochi mercati e oggi è molto più apprezzato». In questo, per il Made in Italy si apre uno spazio competitivo chiaro. «Questa idea di lusso rilassato nasce molto dalla cultura italiana. Penso a marchi come Zegna, Loro Piana o Cucinelli, che offrono oggi un livello di personalizzazione straordinario» E il lusso appariscente perde centralità. «È un’estetica diversa da quella delle sneakers rumorose o del lusso più appariscente, che oggi mostra anche qualche segnale di stanchezza». Le mega ipo potrebbero compensare la debolezza della domanda cinese? «Adesso gli Stati Uniti sono il motore del lusso mondiale. E anche il Sud America, soprattutto Brasile e Messico (che insieme assorbono quanto il Giappone o la Corea, ndr), sta crescendo molto».

Michele Norsa (ph Imagoeconomica)
Michele Norsa (ph Imagoeconomica)

Non sembra casuale che numerose griffe abbiano intensificato la loro presenza oltreoceano. Gucci ha scelto New York con Demna a Times square, mentre nella Grande mela Louis Vuitton ha optato per la Frick collection. Dior è volato al Lacma di Los Angeles, città scelta nell’ultima settimana da Zegna e Hermès hanno rafforzato il dialogo con una clientela ad alto potere d'acquisto sempre più legata ai settori della tecnologia e della finanza. Il sistema si polarizza tra due hub. «Miami è probabilmente il luogo più interessante dal punto di vista del business e dei consumi. Los Angeles resta imbattibile per la comunicazione e la visibilità globale». E la struttura sociale accelera il turnover dei consumatori. «In America le carriere sono molto più rapide. A trent’anni o quarant’anni si possono raggiungere livelli reddituali che in Europa arrivano molto più tardi». Con un effetto diretto sui brand. «Sono anche clienti più volatili. In passato si restava fedeli per decenni allo stesso marchio o allo stesso profumo. Oggi non è più così».

In conclusione, l’impatto è chiaro. Non si tratta solo di tre ipo gigantesche, ma di un possibile trasferimento di ricchezza paragonabile, per certi versi, a quello generato dalle quotazioni dei grandi player del web negli anni Novanta o dei social media nel decennio scorso. I nuovi ricchi tech tendono a privilegiare: quiet luxury, artigianalità, personalizzazione, esperienze esclusive, oggetti da collezione. Meno logo e più «insider status». I brand che sapranno raccontarsi con questi elementi potranno fare breccia in una nuova fascia di big spender, in grado di dare un volto a moda e lusso per i prossimi 5-10 anni. E se qualcuno avesse dai dubbi, la conferma arriva da Ferrari, che a settembre salterà Milano per andare poi a sfilare a New York. (riproduzione riservata)

Da Sam Altman a Dario Amodei, il relaxed luxury conquista i magnati dell’Ai

Nel mondo dell’intelligenza artificiale il potere non passa solo dai software, ma anche da una nuova estetica che rifiuta l’ostentazione pur senza rinunciare al segnale. È la stagione del relaxed luxury: un lusso silenzioso solo in apparenza, fatto di ricerca di tessuti bio e sostenibili, personalizzazione e alto artigianato. Forse l’opposto dell’iper-velocizzata produttività Ai. Uno slow style fatto di tradizione in versione tracciabile, magari blockchain. Il founder di Open Ai, Sam Altman incarna la versione più soft-tech di questo paradigma. Look essenziale, spesso hoodie neutre, maglie basic e un’attenzione dichiarata alla semplicità quotidiana, fino alle scelte di lifestyle più radicali come il ritorno alla natura e a un consumo più controllato. L’idea è quella di un minimalismo operativo: nulla distrae, tutto serve.

Sam Altman (courtesy Imagoeconomica)
Sam Altman (courtesy Imagoeconomica)

Dario Amodei, numero uno di Anthropic, si muove su una traiettoria simile ma ancora più invisibile. Il suo guardaroba è quasi un non-guardaroba: uniformità, tonalità spente, layering funzionale. È la cultura della sicurezza e della riduzione del rumore, anche visivo, coerente con una visione dell’Ai più cauta e regolata.

Dario Amodei (courtesy Imagoeconomica)
Dario Amodei (courtesy Imagoeconomica)

Poi c’è Elon Musk, il più maturo anagraficamente del trio, che conserva un’estetica da tech-industrial founder: total black, T-shirt o maglie aderenti, giacche in pelle o bomber tecnici visti in occasioni pubbliche e launch event. Qui il minimalismo diventa più aggressivo, molto più Nineties, quasi una forma di uniforme da ingegnere-visionario. Tra fibre naturali, hoodie neutre e nero strutturale, i capitani dell’AI stanno costruendo una nuova grammatica del lusso. Sono modelli di riferimento per una generazione di nuovi ricchi tra i 30 e i 40 anni, che sta già cambiando (e definirà sempre più) l’approccio alla moda e ai consumi. (riproduzione riservata)

Orario di pubblicazione: 10/06/2026 19:00
Ultimo aggiornamento: 10/06/2026 19:00
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