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La moda globale riparte (+3%), ma la produzione italiana frena (-5,5%)

Secondo uno studio Pwc Italia, presentato al congresso Samab 2026, il fashion mondiale può toccare 2.827 miliardi entro il 2030 dai 2.400 attuali. Intanto, il nostro Paese perde quote di mercato in Usa, Giappone e Corea, dove il crollo è stato del 27%. Nel 2025 hanno chiuso undici imprese al giorno, di cui nove legate a realtà artigianali

di Andrea Guolo
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Carlo Capasa, al centro, durante il talk a Samab 2026 (foto Andrea Guolo)
Carlo Capasa, al centro, durante il talk a Samab 2026 (foto Andrea Guolo)

La tecnologia è uno degli strumenti che la moda italiana deve adottare per tentare di invertire il trend ribassista in atto. È quanto emerge dal congresso Samab 2026 che si è tenuto giovedì a Milano e nel corso del quale è stato presentato uno studio di Pwc Italia che ha evidenziato il regime di crescita moderata globale della fashion & luxury economy, sfiorando i 2.400 miliardi di euro nel 2025, con un incremento del 3% per la moda e del 2% per il lusso, e con prospettive di crescita a 2.827 miliardi entro il 2030. Nel frattempo, la moda italiana ha fatturato 87,4 miliardi nel 2025, di cui 40 dall’abbigliamento, ma solo due anni fa erano 102 miliardi.

Nell’ultimo anno, la produzione industriale italiana è diminuita del 5,5% e si è assistito a 11 chiusure d’impresa al giorno, di cui nove legate a realtà artigiane. A questo va aggiunto il boom del ricorso agli ammortizzatori sociali. «È evidente che stiamo perdendo quote di mercato», ha commentato Luca Sburlati, presidente di Confindustria moda, durante il dibattito organizzato a Palazzo dei giureconsulti da Senaf in vista della prossima edizione di Samab, evento biennale della tecnologia per la moda, che si terrà il 25-27 maggio 2027 a Fiera Milano Rho. L’esaurimento della crescita tramite leva del prezzo e la cautela e selettività dei consumatori nelle decisioni di acquisto hanno colpito in maniera più forte le produzioni italiane, vittime anche delle guerre in corso in mercati-chiave (Russia-Ucraina e Paesi del golfo), delle tensioni commerciali con gli Usa, della «chiusura» cinese ai beni di lusso e di scelte sbagliate da parte dei top brand. I dati dei primi due mesi, anticipati dallo stesso Sburlati, sono pesanti. «L’export è diminuito a doppia cifra in Paesi fondamentali come Usa, Giappone e Corea. In quest’ultimo mercato, il crollo è stato del 27% e dobbiamo capire come gestire la situazione», ha affermato il numero uno di Confindustria moda. Se i tempi chiedono di reagire, è qui che entra in gioco la tecnologia.

Carlo Capasa, presidente di Cnmi-Camera nazionale della moda italiana, ha affermato, «L’Italia vince quando abbina l’innovazione dei processi e dei materiali, come i tessuti di nuova generazione, alla creatività e alla sostenibilità. È necessario attuare il passaporto digitale in quanto affermazione dei valori italiani ed europei». Il numero uno di Cnmi ha poi aggiunto, «Nella difficoltà generale, i brand familiari stanno performando meglio delle big corp. Questo dimostra che l’autenticità paga. E ora il nostro Paese deve reagire investendo sul futuro, sui giovani e sui nuovi brand per i quali la tecnologia digitale è fondamentale perché permette di superare i problemi legati alla distribuzione, mettendoli in contatto con un pubblico più ampio e in maniera rapida».

Alfonso Dolce, presidente di Dolce&Gabbana, ha rimarcato l’importanza di adottare tecnologie capaci di evitare la ripetitività del lavoro, dando alle risorse umane la possibilità di spingere sulla creatività e sull’esecuzione manuale di quelle fasi che poi si trasmettono sul prodotto sotto forma di valore. «Tutto questo viene affiancato dall’internalizzazione produttiva, che deve incidere almeno per un 30-50%, arrivando fino al 100% nei prodotti speciali e nelle limited edition», ha commentato. «Il mondo della finanza è entrato in maniera troppo invasiva nel nostro settore. Ragionando con certe logiche, è finito in un vicolo cieco», ha aggiunto Dolce. Tra le case history positive, sono state affrontate quelle del gruppo Zegna, con il riposizionamento e il conseguente upgrade di prezzo giustificato da un innalzamento della qualità e dell’esperienza di acquisto, e della Raffaele Caruso, la cui manifattura in provincia di Parma impiega 500 persone e si fonda sull’idea-ossimoro di «fabbrica sartoriale». (riproduzione riservata)

Orario di pubblicazione: 28/05/2026 19:00
Ultimo aggiornamento: 28/05/2026 19:17
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