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Dalla sostenibilità all’Ai, le sfide della filiera fashion

La crisi del Golfo, i dazi Usa e la mancanza del cliente cinese continuano a pesare sul settore, che chiude il 2025 con ricavi a 58,4 miliardi (-2,4%) e i primi mesi del 2026 con un export in calo. «Green, intelligenza artificiale e giovani sono le leve per la ripresa», dice il numero uno di Confindustria moda Luca Sburlati

di Alice Merli
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Luca Sburlati (ph Imagoeconomica)
Luca Sburlati (ph Imagoeconomica)

«Leggiamo bene i numeri e guardiamo alle opportunità, facciamo sistema, utilizziamo le leve della sostenibilità, dell’intelligenza artificiale, dei giovani. Sono convinto che faremo molto bene nei prossimi anni. Ricordiamoci che la moda è la seconda industria del nostro paese». Luca Sburlati, presidente di Confindustria moda, ha definito così le sfide future del comparto, in occasione della presentazione del report Lo Stato della moda- Scenario economico del settore tessile-abbigliamento della moda italiana, elaborato dall’ufficio studi della federazione e ospitato ieri a Milano presso l’Unicredit Tower hall. Dopo il forte rimbalzo pre-pandemia registrato nel biennio 2021-22, il settore in esame ha totalizzato 58,39 miliardi di euro nel 2025, in calo del 2,4%. Un andamento pur sempre al ribasso ma migliore del -6,1% accusato durante il 2024. Negli scorsi 12 mesi l’export ha continuato a fare la parte del leone con una quota del 63,3%, segnando un decremento dell’1,6% per 36,94 miliardi, dopo il massimo storico raggiunto nel 2023 di 38,6 miliardi (+0,4%). Le vendite verso l’Unione europea sono tornate a crescere del 2%, mentre l’export extra-Ue ha rallentato, testimoniando la frenata dei mercati strategici. La Francia rimane la prima destinazione del tessile-abbigliamento italiano grazie anche ai rapporti produttivi consolidati con le sue grandi maison del lusso, seguono Germania e Stati Uniti, mentre resta rilevante il peso dell’area asiatica e del Far East.

Il rapporto evidenzia l’impatto del rallentamento della domanda globale, delle tensioni geopolitiche e la trasformazione dei consumi, ma anche il ruolo di primaria importanza del tessile-moda come pilastro dell’industria nazionale, che oggi conta 37,331 mila imprese e 372,2 mila addetti, rappresentando il 9,5% dell’occupazione manifatturiera italiana. Due bacini, quello delle aziende e delle persone occupate, che non sono state salvate dalla crisi: nel 2025 hanno accusato una diminuzione rispettivamente del 3,2% e del 2,6%. «L’obiettivo di questa analisi è definire dove stiamo andando e quali sono i valori in gioco, ma soprattutto capire come poter agire e muoverci assieme a tutti gli attori del sistema. Dobbiamo immaginarci come un’unica compagine», ha proseguito il numero uno. «I primi due mesi dell’anno non sono stati brillanti, anzi, l’export del settore ha accusato un calo molto forte verso tre Paesi extra europei, nella misura del -10% per Giappone e Stati Uniti e del -25% per la Corea. Il rischio dell’Italia è perdere i tasselli e gli anelli della filiera, per questo dobbiamo mantenere il nostro modello competitivo, quello del bello e del ben fatto», ha proseguito Sburlati. «La Cina ha deciso di comprare meno lusso e sponsorizzare marchi propri, poi c’è la crisi del Golfo, il mercato russo chiuso da ormai quattro anni e i dazi americani. Nonostante ciò, i dati indicano comunque una tenuta complessiva per il 2026 e speriamo in un secondo semestre migliore del primo. Se cambiano gli equilibri globali possiamo però trovare nuove opportunità. Significa agire nell’Unione europea e presentarci compatti».

Il numero uno ha quindi spiegato quanto l’ecosistema del Made in Italy sia complesso, oltre che diviso in tre parti, rappresentate dai brand, dalle aziende medio grandi e dalle piccole imprese. «Quest’ultima è la più fragile, non possiamo perdere queste competenze. Dentro Confindustria moda si stanno aprendo dei tavoli verticali e invito i brand a prenderne parte, è qui che si porta la posizione nel proprio paese. Abbiamo lavorato moltissimo sul sistema di auditing e stiamo iniziando un lavoro molto approfondito sui temi, per esempio, del Digital product passport proprio per presentare una posizione comune italiana nei prossimi mesi al governo, affinché ci sia tutta la filiera». Continuando: «Quello che stiamo facendo è un piano di strategia al 2035 su quattro grandi capitoli. Il primo è sulle misure di sopravvivenza di breve e medio periodo per chi in questo momento è in difficoltà. Secondo, le misure di lungo termine sono per rifocalizzare l'attenzione sull'industria e sull'innovazione; terzo, come gestire l’Europa e quarto, come le tecnologie possono impattare sulla supply chain. Senza dimenticare il tema orizzontale, ovvero come raccontare assieme il Made in Italy».

Dalla sostenibilità all’Ai, le sfide della filiera fashion

Sburlati ha spiegato i campi di azione per la ripresa del settore. «La sostenibilità rimane uno strumento a difesa del nostro patrimonio industriale, oltre che un segmento dove siamo molto avanti. Come spiegavo prima, il primo compito è sostenere i più piccoli, anche attraverso le aggregazioni, dato che abbiamo un tessuto produttivo molto frammentato e attaccato ai territori, che potranno tenere testa alla scelta di strategie e velocità. Infine, la moda è diventata uno degli asset per l’Istituto italiano di intelligenza artificiale, proprio oggi presenteremo un piano su come intendiamo lavorare nei prossimi anni con questa tecnologia per le nostre imprese. Un tema che a sua volta si lega alla formazione. Perché le aziende che presentano innovazione sapranno coinvolgere i giovani. È una partita che possiamo giocare», ha concluso. (riproduzione riservata)

Orario di pubblicazione: 09/06/2026 19:00
Ultimo aggiornamento: 09/06/2026 19:00
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