BusinessEY, la nuova sostenibilità del fashion parte da fornitori più responsabili
«La moda deve esigere trasparenza a monte della filiera. La transizione green è un obiettivo strategico», ha spiegato a MFF Riccardo Giovannini. Il 42% delle aziende del settore ha già modificato la propria supply chain

«A fare veramente la differenza nella rivoluzione green della moda sarà l’elemento culturale. L’evoluzione del consumatore imporrà alle aziende una sempre maggiore trasparenza, che intrinsecamente diventerà anche un modo per essere competitive». Una trasformazione da cui dipende la sopravvivenza nel lungo termine soprattutto delle pmi del Made in Italy, ha spiegato a MFF Riccardo Giovannini, climate change and sustainability leader di EY-Ernst&Young. E gli ultimi due anni di pandemia, anziché costituire un freno, sono al contrario serviti al settore fashion come acceleratore verso la transizione green.
«Molte industrie sono state impattate, alcune più di altre, ma in generale l’attenzione alla sostenibilità è cresciuta e questo non sarebbe successo senza la pandemia, che ha portato consapevolezza sul fatto che le attività dipendono da una serie di variabili esterne», ha precisato l’esperto della società di consulenza. «Ora le aziende tengono in maggiore considerazione il fatto che il cambiamento climatico è un’emergenza di medio periodo che condizionerà la loro attività». Questo è successo soprattutto nella moda, ma in generale si è creata una maggiore sensibilità in tutte le realtà industriali tricolore.
Una recente analisi di EY ha infatti evidenziato come le aziende italiane abbiano accelerato il proprio impegno verso i temi di sostenibilità, con l’obiettivo di consolidarne l’integrazione del business attraverso una pianificazione strategica che includa obiettivi quanto più possibile misurabili e la definizione di una governance adeguata. I dati raccolti confermano che anche le pmi si stanno evolvendo verso modelli sempre più focalizzati su tematiche green. Sulla base dei risultati della survey emerge come il 69% delle aziende intervistate abbia previsto un piano di sostenibilità corredato da obiettivi e, nel 44% dei casi (+ 6% rispetto al 2019), siano stati formalizzati target quantitativi, mentre il 35% delle imprese ha anche definito le relative tempistiche per il raggiungimento di questi obiettivi.

«Questi dati sono interessanti perché mettono in evidenza un’inversione di tendenza. Se prima i player più grandi avevano una maggiore capacità di gestire la sostenibilità, ora non vi è più differenza perché il tema sta diventando sempre più strategico e quindi la piccola azienda è al pari della grande, dato che da questa trasformazione dipende la sua sopravvivenza», ha sottolineato Giovannini. Ma cosa significa concretamente creare un piano di sostenibilità per le pmi di moda in Italia e quali sono le prerogative affinché un’azienda del settore possa dirsi realmente green? Gli obiettivi su cui le aziende del fashion devono concentrare i loro sforzi iniziali riguardano le emissioni e il consumo di energia nei processi a monte della filiera, ma anche gli scarti idrici, alcune lavorazioni particolarmente inquinanti e, nondimeno, l’aspetto etico e sociale.
«Nel comparto fashion & luxury andrà ricercata una sostenibilità intrinseca. Occorre trovare nuove modalità di svolgimento delle attività ricercando accorgimenti per limitarne l’impatto sull’ambiente», ha affermato l’esperto. «In più oggi c’è ancora una scarsa visibilità sulla catena di fornitura, che alimenta in tal modo un circolo vizioso. Per questo è importante che i brand esigano trasparenza da parte dei loro fornitori, per poterlo essere a loro volta con i consumatori. Diventi trasparente quando l’evoluzione culturale e la pressione da parte del consumatore ti impongono di esserlo».
E in effetti, negli ultimi due anni, il 42% delle aziende del settore tessile-abbigliamento intervistate da EY ha apportato modifiche alla propria catena di approvvigionamento per scegliere fornitori più responsabili. Un altro fattore che sta dando ulteriore slancio a questa trasformazione è infine la cosiddetta finanza sostenibile, che comprende perlopiù attività legate a green, social impact o sustainability linked bonds, investimenti in fondi o titoli con l’applicazione dei criteri Esg o finanziamenti con specifiche finalità di tutela ambientale o di supporto a determinate categorie sociali. (riproduzione riservata)