«Non sono gli utili a muovere il mercato nel suo complesso, è la liquidità a muovere i mercati». Lo disse Stanley Druckenmiller, uno dei più rispettati investitori della finanza globale, ex braccio destro del finanziere George Soros e fondatore del fondo Duquesne Capital, famoso per non aver mai chiuso un anno in perdita in oltre tre decenni di gestione. E oggi, quella liquidità che ha alimentato il rally azionario dell’ultimo periodo sta finendo.
In una nota diffusa ai clienti il 22 agosto, il team di strategist di Bank of America, guidato da Katie Craig, ha segnalato che l’utilizzo della reverse repo facility overnight della Federal Reserve è crollato sotto quota 32 miliardi di dollari il 28 agosto, secondo i dati della Fed di New York. Un calo consistente rispetto ai picchi di 2.000 miliardi di dollari di utilizzo giornaliero registrati nel 2022 e 2023.
Inoltre - come evidenziato da MarketWatch - la Fed sta attuando una politica di Quantitative Tightening (Qt) sin dal 2022, riducendo progressivamente il proprio bilancio: da quasi 9.000 miliardi di dollari al picco pandemico è sceso di circa 2.500 miliardi. Il meccanismo della reverse repo facility è uno degli strumenti chiave con cui la Fed regola la liquidità: permette alle istituzioni finanziarie di parcheggiare temporaneamente liquidità in eccesso presso la banca centrale, ricevendo in cambio titoli. Se l’utilizzo scende, vuol dire che quel denaro in più nei mercati sta evaporando.
E come se non bastasse, il 15 settembre - pochi giorni prima della prossima riunione della Fed - scade la data per il pagamento delle imposte aziendali negli Stati Uniti. Un evento che comporterà un ulteriore drenaggio di riserve bancarie, riducendo ancora la liquidità nel sistema. Cosa potrebbe succedere ai mercati se la liquidità dovesse davvero mancare?
Il 15 settembre, data del pagamento delle imposte sulle società negli Stati Uniti, drenerà le riserve bancarie, perché le imprese trasferiranno enormi flussi di cassa al Tesoro, riducendo la liquidità disponibile nelle riserve della Fed. Al 28 agosto, le riserve bancarie detenute presso la Federal Reserve si attestavano a circa 3.300 miliardi di dollari. Secondo la Federal Reserve Bank di New York, un livello considerato ampio sta tra l’8% e il 10% del pil.
Con un pil Usa attorno ai 33.000 miliardi, questo corrisponde a riserve necessarie tra 2.600 e 3.300 miliardi. Se il drenaggio fiscale dovesse comprimere le riserve al di sotto di questa soglia, il sistema finanziario potrebbe trovarsi in una condizione di liquidità critica. L’ultima volta che si è registrata una situazione simile è stato a settembre 2019, durante quella che è stata ribattezzata la «Repocalypse», l’apocalisse dei repo, quando i tassi overnight balzarono in un giorno dal circa 2% al 6%, scatenando il panico, il collasso del basis trade e costringendo la Fed a intervenire con la standing repo facility.
Il basis trade è una strategia che sfrutta le differenze tra il tasso sui repo (prestiti garantiti con titoli) e quello generale del mercato, esponendo investitori a perdite rapide se la liquidità scarseggia. Oggi, osservando i tassi Fed Funds Gc (general collateral), si nota che stanno diventando sempre più negativi (intorno a -5 punti base) un chiaro segnale di stress nel sistema finanziario.
Come sottolineato dagli strategist di Td Securities, anche se al momento «le pressioni giornaliere nei mercati repo restano ancora contenute», è attesa una «maggiore volatilità nei finanziamenti a fine mese e trimestre». Il vero rischio è rivivere la crisi di liquidità del 2019: allora i tassi sui prestiti repo balzarono da meno del 2% a quasi il 10%, scatenando il panico e costringendo la Fed a intervenire con iniezioni immediate di liquidità. Se le banche non riuscissero più a finanziare posizioni long con leva, assisteremmo a un’ondata di vendite sui Treasury lungo tutta la curva. (riproduzione riservata)
Leggi anche: Fed: Waller esorta colloghi a tagliare tassi di interesse di 25 pb a settembre