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Vino, quasi 30 anni di successi. Dal Brunello di Montalcino ai piemontesi, come i prodotti italiani hanno conquistato le aste

Il prezzo del Brunello di Montalcino 1990 si è moltiplicato oltre otto volte: ciò testimonia la radicale inversione di rotta nei confronti dei vini italiani tratti da uve di varietà autoctone registrata alle aste | La Top 100 dei vini rossi italiani 2024 | La classifica di Gentleman

di Cesare Pillon
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Vino, quasi 30 anni di successi. Dal Brunello di Montalcino ai piemontesi, come i prodotti italiani hanno conquistato le aste

Trentacinque anni fa, quando nacque MF-Milano Finanza, una rubrica settimanale dedicata alle aste internazionali dei vini era impensabile: alle vendite all’incanto, che si svolgevano allora quasi esclusivamente a Londra e a New York ed erano battute soltanto da Christie’s e Sotheby’s, le etichette italiane comparivano raramente e vi ottenevano quotazioni più che modeste.

Il Rinascimento del vino italiano

Quelle etichette facevano parte di una tradizione stanca e superata che stava per essere ribaltata dalla rivoluzione che era in corso proprio allora: in quegli anni il vino italiano stava vivendo la stagione più entusiasmante del suo Rinascimento. MF-Milano Finanza ha seguito quel sommovimento storico puntando l’occhio su uno dei suoi aspetti più singolari: quello degli uomini d’affari, imprenditori, manager, finanzieri, ma anche giornalisti, scrittori, attrici e cantautori che approfittando del deprezzamento dei terreni agricoli, provocato nell’immediato dopoguerra dallo spopolamento delle campagne, avevano acquistato delle tenute con vigneto ed erano diventati produttori di vino.

La vitivinicoltura italiana deve più di quanto si pensi a questi personaggi venuti da altre esperienze, che non ritenendosi tenuti, come molti vignaioli, al rispetto di consuetudini tramandate dai padri, hanno saputo portare quasi sempre nelle vigne una mentalità imprenditoriale moderna, capitali oculatamente amministrati, idee innovative, capacità manageriali, ma soprattutto la volontà di fare esclusivamente vini di qualità.

Proprio per questo MF-Milano Finanza dedicò a molti di loro un ritratto con la scheda del loro vino più rappresentativo. Nella sua rubrica Vini comparve così una galleria di personaggi fuori del comune come Enrico Braggiotti, amministratore delegato della Banca Commerciale Italiana, che nella Tenuta Mazzolino creò il Noir, il miglior Pinot Nero dell’Oltrepo Pavese, o come il broker assicurativo milanese Gianfranco Soldera, il cui Brunello di Montalcino si conquistò un prestigio senza pari, o come l’imprenditore tessile Arnaldo Caprai, che fece conoscere al mondo intero uno sconosciuto vino umbro, il Sagrantino, o la fotografa Silvia Imparato, che con il Montevetrano dimostrò che nel Salernitano c’è una zona ad altissima vocazione enoica, o come l’imprenditore edile Salvatore Ragnedda, che nella vigna Capichera portò il Vermentino sardo alla sua più alta espressione.

L’affermazione dell’Italia nelle grandi aste

Ma la consacrazione del vino italiano sul piano dell’eccellenza è indubbiamente avvenuta soltanto quando l’onda lunga del Rinascimento ne ha portato le migliori bottiglie alle grandi aste internazionali. La svolta ebbe luogo grazie a una storica vendita all’incanto, interamente dedicata ai grandi rossi italiani, che Christie’s aveva deciso di battere nella sua sede di Londra il 4 luglio 1996. Era la prima volta che accadeva: perciò le bottiglie da proporre furono selezionate da una ristretta commissione, di cui faceva parte anche un rappresentante di MF-Milano Finanza. Un clamoroso sold out, con l’aggiudicazione di tutte le bottiglie, nessuna esclusa, decretò il successo di quell’esordio.

I vini italiani cominciarono da quel giorno a frequentare le aste internazionali e dal 1998 è raro che se ne svolga una in cui le bottiglie tricolori siano assenti. Ed è esattamente dal 1998 che MF-Milano Finanza se ne occupa settimanalmente con la rubrica InCantina. È l’unico giornale economico italiano ad aver preso questa iniziativa, che realizza fornendo un’informazione costante e precisa a investitori e collezionisti.

Nel corso degli anni ha analizzato perciò anche le quotazioni dei Côte Rôtie, degli Hermitage e degli Châteauneuf du Pape, dei vini californiani e di quelli spagnoli, dei Porto e dei Tokaji ma ha finito per concentrare l’attenzione, man mano che le sue indagini si sono approfondite, sui premier cru di Bordeaux, sui migliori Borgogna e sugli Champagne più prestigiosi, oltre che sulle etichette italiane di maggior successo.

I casi del Pinot grigio e del Prosecco

A proposito di successi, è il caso di precisare che i più clamorosi, i successi di vendita sul mercato primario che hanno premiato due bianchi italiani, il Pinot grigio e il Prosecco, non hanno alcun riscontro nel mercato secondario, di cui le aste sono la componente di maggior risonanza, perché sono vini da cogliere nella freschezza della gioventù, mentre invece chi ci investe del denaro ha bisogno che siano longevi, affinché col trascorrere del tempo non si estinguano ma aumentino di valore.

L’evoluzione delle aste: il successo dei vini piemontesi e toscani

Nei 26 anni trascorsi da quando la rubrica InCantina ha cominciato a prendere in esame i risultati delle aste, c’è stata un’evoluzione, nella domanda e nell’offerta delle bottiglie tricolori.

All’inizio a ottenere i prezzi più elevati furono, tra i vini piemontesi, quelli doc prodotti da Angelo Gaja, che aveva saputo promuoverli personalmente nei mercati d’esportazione, e tra i toscani quelli da tavola che negli Stati Uniti erano stati ribattezzati con il nome di SuperTuscans.

A che cosa era dovuto il favore di cui godevano? Erano ricavati in tutto o in parte da uve internazionali di origine francese, cabernet, merlot, petit verdot, il cui sapore è conosciuto e apprezzato in tutto il mondo, tanto da essere definito gusto internazionale, ma avevano anche qualcosa in più: quelle uve, maturate in Italia, hanno dotato il loro gusto internazionale di sfumature mediterranee, non riproducibili altrove, di grande fascino.

Grazie a questo fascino il Sassicaia, il primo Supertuscan della storia, che ha aperto le strade dell’export al vino italiano, è tra quelli che hanno ottenuto gli aumenti di quotazione più elevati, simili a quelli, giganteschi, di cui hanno fruito i Bordeaux, i Bourgogne, i Rhone. Ma è il primo in tabella, il Barolo Monfortino, a segnalare con la sua quotazione oggi più che decuplicata la radicale inversione di rotta nei confronti dei vini italiani tratti da uve di varietà autoctone. Lo conferma il prezzo, moltiplicato per più di otto volte, di un sangiovese in purezza, il Brunello di Montalcino 1990: non è più necessario il gusto internazionale perché il vino italiano abbia successo alle aste. Purché sia di assoluta eccellenza, come lo sono il Monfortino e il Brunello Case Basse di Soldera. (riproduzione riservata)

Orario di pubblicazione: 22/04/2024 01:58
Ultimo aggiornamento: 22/04/2024 01:58
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