Maçakizi, la regina (di picche) che ha trasformato Bodrum nella Saint-Tropez turca
Da un piccolo rifugio bohemien affacciato sull’Egeo a icona dell’ospitalità internazionale: la storia di Maçakizi è quella di una famiglia che ha trasformato Bodrum nella Saint-Tropez turca, senza mai perdere la propria anima
Ci sono luoghi che non hanno bisogno di essere raccontati perché, prima ancora di diventare destinazioni, diventano caratteri. Maçakizi è uno di questi. Affacciato sull’Egeo, a Bodrum, il resort è oggi uno degli indirizzi più riconoscibili del Mediterraneo, ma la sua storia nasce molto prima delle classifiche internazionali, della stella Michelin e dei riconoscimenti gastronomici.

Nasce da una donna, Ayla Emiroglu, e da suo figlio, Sahir Erozan, che ha trasformato una piccola realtà bohemien sul mare, fatta di incantevoli fiordi e insenature, che sembrano essere scolpite per le barche a vela, in un luogo capace di attraversare quasi mezzo secolo senza perdere la propria identità. E possiamo dire con certezza che la nomea di St. Tropez turca è dovuta in larga parte a questi due personaggi.
Il nome Maçakizi significa “regina di picche” e non ha un senso negativo, ma ricorda i capelli fluenti e nerissimi di Ayla, acconciati con due ciocche laterali che le incorniciavano il viso. Sulla costa turca è associato all’intelligenza e alla bellezza: due caratteristiche che questo luogo sembra aver fatto proprie senza mai ostentarle.

«La mia vita, da bambino, era incentrata attorno al basket. Per tutto il resto, invece, c’erano i ristoranti», racconta Erozan. La sua storia professionale comincia in modo assolutamente naturale e istintivo accanto alla madre. «Quando ero piccolo, lei aprì il suo primo ristorante. Io cercavo di imparare a lavorare dietro al bar, aiutavo nel servizio, imparavo a fare i cocktail. A un certo punto, ho capito che non ero il tipo di persona destinata a fare un lavoro tradizionale. Non faceva per me. Io puntavo al massimo, tanto che anche lo sport passò completamente in secondo piano».

Erozan porta questa vocazione negli Stati Uniti, dove lavora in alcuni dei migliori ristoranti di Washington. Sono gli anni della grande scena internazionale della capitale americana, dove arrivano politici, diplomatici, aristocratici, imprenditori e personaggi da ogni parte del mondo. «Washington era molto cosmopolita. C’erano principi, re, persone da ogni Paese». Poi arrivano i suoi ristoranti e club, fino a quello che resterà per lui uno dei capitoli più importanti: 26 anni vissuti professionalmente a Washington, dove ha conosciuto anche lo chef e amico con cui lavoro tutt'ora insieme, Areth Sahakyan. Il nome del suo ristorante più famoso rieccheggia ancora per le strade di Washington D.C., si chiama Cities, nel quartiere Adams Morgan, assolutamente innovativo per l’epoca, dato che si trattava di un ristorante nomade, che cambiava cucina ogni 4/6 mesi portando in città le tradizioni di tutto il mondo.

Ma il mare continua a chiamarlo. «Alla fine del mio periodo a Washington ho iniziato a tornare in Turchia. E ho capito che ciò che amavo davvero erano l’acqua, le onde, le barche. Sentivo di dover fare qualcosa qui, qualcosa di piccolo, insieme a mia madre, questo era il luogo che mi avrebbe reso felice. Ecco: un beach club. Poi mi è stato proposto questo terreno e mi sono innamorato di questo posto. E mi sono detto: perché non fare un hotel?» Era un luogo semplice, quasi primitivo. Ma proprio quella semplicità sarebbe diventata la cifra di Maçakizi.
«L’inizio di Maçakizi era molto legato allo stile di mia madre. Era lei a conoscere il Dna di questo posto. C’erano i cuscini per terra, i kilim, un’atmosfera molto bohemien, leggera, ma anche legata alla tradizione turca. Mia madre aveva ricreato un giardino ampio, molto curato».

Da quelle prime 46 camere, Maçakizi è cresciuto fino alle dimensioni attuali, ma senza perdere l’impressione di una grande casa sul mare. Oggi sono 71 le unità complessive, con suite sempre più ampie e spazi pensati per un’ospitalità che non vuole sembrare alberghiera, e che è entrato, forse proprio per questa sensazione di casa, nei 50 Best Hotel del mondo.
«Non ho mai voluto portare qui il mio tocco americano. Ho pensato più alla mia casa a Istanbul, sul Bosforo, a un luogo dove i miei amici potessero sentirsi accolti». Il resto lo ha fatto il tempo. E la capacità di Erozan di evolvere senza tradire il carattere originario del luogo, ma di nutrirlo sempre con la sua anima e la sua presenza.

Più che un albergatore, Erozan è un vero padrone di casa. Vive Maçakizi come se fosse la propria abitazione. Si muove tra gli ospiti, osserva ogni dettaglio, sposta un tavolo se gli sembra fuori posto, assaggia un piatto, modifica l’illuminazione. Pretende molto dal suo team perché pretende ancora di più da se stesso. Non ha mai creato spazi per assecondare il mercato; ha sempre progettato luoghi nei quali sarebbe stato lui stesso felice di vivere. È forse proprio questa autenticità ad aver reso Maçakizi una delle destinazioni dell’ospitalità più iconiche del Mediterraneo.
«L’evoluzione è come quando cambio i miei vestiti o gli occhiali (che sono sempre istrionici e unici, ndr). Cambia il modo in cui ti senti in quella stagione, in quell’anno. Guardiamo, viaggiamo, mangiamo in giro per il mondo. Io e Carlo Bernardini siamo sempre in viaggio, per allargare i nostri orizzonti. È come essere un pittore: i pittori non si copiano, ma si influenzano, prendono qualcosa, lo trasformano e lo fanno diventare proprio».

Sì, perché parte integrante del nuovo progetto della villa, che sarebbe da raccontare con la V maiuscola, data l’estensione e i dettagli, che talvolta ricordano la vecchia gestione de Il Riccio di Capri, trova socio uno chef italiano, Carlo Bernardini, veneziano, che dopo The Dorchester di Londra, il Palace di St. Moritz e il Cipriani di Venezia, è partner nel progetto. Una villa da prendere in esclusiva, da oltre 10 camere, piscine, Spa, sala ginnastica, molo, la cantina che contiene più Dom Perignon di tutta la Turchia, con al centro una vecchia pressa per il vino portata direttamente dallo Champagne, dove capi di stato da tutto il mondo hanno potuto tenere qui le loro riunioni più informali o hanno passato dei momenti felici, in sicurezza e nella totale privacy, con la propria famiglia.

La stessa filosofia ha ispirato oggi un nuovo capitolo, destinato a ridefinire anche l’esperienza dello yachting. L’idea è semplice quanto innovativa: se una villa rappresenta uno stile di vita, perché quello stile dovrebbe finire nel momento in cui si sale a bordo di uno yacht? La risposta è un’imbarcazione concepita non per sembrare uno yacht, ma una vera casa sul mare. Per trasformare questa visione in realtà, Erozan ha scelto un Christensen di 43 metri, costruito originariamente nel 1991 a Vancouver. Dopo una trasformazione durata appena sei mesi (un intervento che normalmente richiederebbe circa due anni), e che ha coinvolto più di 60 persone e 20 specialisti, lo yacht è stato completamente ripensato. Non un semplice refit, dunque, ma una reinvenzione totale, volutamente lontana dal concetto tradizionale di yacht destinato al charter. Uno yacht che è a disposizione di chi affitta la villa, e non è possibile prenotare separatamente: un benefit, un regalo, qualcosa che l'ospite trova quando arriva alla villa, come un upgrade non preventivato di una camera.

È forse questa la filosofia che meglio spiega Maçakizi. Il lusso qui non è la somma di ciò che viene aggiunto, ma la capacità di capire ciò che può migliorare l'esperienza e ciò che non deve essere aggiunto. «Non mi piace quando l’architettura prende il sopravvento sul paesaggio. Deve inserirsi nel luogo. L’hotel, come la villa, deve essere nascosto, soprattutto se si arriva dal mare». La stessa idea vale per gli interni. «Mi piace lo spazio. Non amo i luoghi affollati, compressi. Qui non abbiamo grandi lounge e percorsi obbligati. Cammini e trovi le persone che magari stanno ammirando un pezzo d'arte, un mobile di Cassina, qualcuno che viene a salutarti, che prende un caffè con te, magari un gelato. Anche il check-in non è pensato per farti capire che si entra in un hotel». È questa informalità sofisticata a definire l’esperienza. Maçakizi ha tutto ciò che serve, ma nulla sembra esserci semplicemente perché “un cinque stelle deve averlo”.

«Abbiamo una piccola palestra, ma immersa nella natura, una piccola Spa, un hammam luminoso, con vista sul golfo, una rarità in Turchia. Non abbiamo mai voluto fare qualcosa di più grande di quello che ci serve. Una volta mi hanno detto: “Siete chiusi sei mesi, perché non fate una grande wellness area?”. Ma io non ne sentivo il bisogno. Mi piace il wellness, ma per quello vado altrove. E poi, ricordiamoci il mio Dna, la ristorazione».

La battuta racconta bene la filosofia di Erozan: il piacere non deve essere a compartimenti. A Maçakizi si viene per mangiare, bere, nuotare, stare in barca, leggere, parlare, perdere la cognizione del tempo. E proprio il mare è uno dei grandi protagonisti dell’esperienza. Il resort dispone di diverse imbarcazioni, utilizzate per gli spostamenti, per accompagnare gli ospiti nei ristoranti e nei beach club della costa o per organizzare giornate in mare.
«Abbiamo diverse barche. Alcune le usiamo come taxi per andare da un posto all’altro. Abbiamo anche barche più piccole e spesso organizziamo i "picnic boat" , con cui possiamo organizzare il pranzo in mare, con il vino e tutto il resto». Il servizio, però, non deve mai sembrare un servizio. «Quando si arriva da un lungo viaggio, facciamo in modo che ci sia sempre qualcuno che ti aspetti e porti direttamente al molo. E il trasferimento in hotel non lo facciamo pagare. Per me, quando sei in vacanza, non devi avere stress, a partire dall’uscita dall'aereo».

È un principio che Erozan osserva ogni giorno nei suoi ospiti. «A volte arrivano persone molto potenti, dirigenti, persone abituate a vivere nelle grandi città e a combattere per il proprio lavoro tutto il giorno. Arrivano con la stessa tensione. All’inizio le vedi alla reception: “Dov’è la mia camera? Ci sono troppe scale, c’è questo, c’è quello”. Poi, un giorno dopo, li vedi con un drink al bar. E quell’uomo è sparito. È diventato un’altra persona, più morbida, più felice. Ed è questa la cosa che mi dà gioia in questo lavoro». Forse il vero lusso di Maçakizi è proprio questo: cambiare lo stato d’animo delle persone.

La gastronomia è una parte essenziale della storia. Nel 2000 Aret Sahakyan entra nel progetto come chef executive e costruisce negli anni quella cucina mediterranea diventata uno dei segni distintivi del resort. Nel 2023 arriva la prima stella Michelin, mentre nel 2024 e nel 2025 Sahakyan viene riconosciuto con un Knife ai The Best Chef Awards. Nel 2025 Maçakizi entra inoltre nella extended list dei World’s 50 Best Hotels, alla posizione numero 96.

Ma anche qui la storia non si ferma. Nasce Ayla, un nuovo capitolo gastronomico ispirato alle radici turche dello chef e alla memoria di Ayla Emiroglu. Un ambiente più intimo, quasi teatrale: arte, un bar, una cucina a vista, un grande tavolo e, oltre la brezza del mare, la terrazza affacciata sull’Egeo. Sotto, la cantina e uno spazio sul livello del mare dove mangiare praticamente sull’acqua, un nuovo ristorante che punta ancora più in alto.
«Il mio posto preferito dell’hotel? Non lo chiamo nemmeno sala colazione, è "un'accozzaglia" dei miei artisti preferiti, una vista sul mare attorniati da arte», dice sorridendo Erozan. «Quella stanza è probabilmente il luogo più bello dell’hotel. Insieme ai pontili, sono gli spazi più iconici».

Non è un caso. A Maçakizi tutto sembra tornare al mare, alla luce e a quel rapporto quasi fisico con il paesaggio che Ayla aveva intuito per prima.
«La cosa bella è avere una squadra molto solida. Le persone che lavorano qui sono diventate una famiglia. Conoscono gli ospiti, si conoscono tra loro. E molti dei nostri clienti sono persone che vivono qui intorno, che vengono durante il giorno, che passano anche settimane. È un social club, senza esserlo, ma è probabile che alla prossima stagione si possano trovare gli stessi ospiti, ormai amici».

Il progetto continua a cambiare, le camere aumentano, la cucina evolve, arrivano nuovi spazi e nuovi riconoscimenti. Ma l’idea iniziale rimane la stessa: una casa sul mare, costruita intorno a un giardino, dove il tempo rallenta. Bodrum, per Ayla Emiroglu, significava libertà. Per Erozan, Maçakizi sembra essere ancora oggi la stessa cosa. (Riproduzione riservata)
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