Si è arrivati all’annuncio della presentazione di un’interrogazione al ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, a proposito della programmata soppressione della filiale di Brescia della Banca d’Italia, nel quadro di un progetto presentato come riorganizzazione e rafforzamento della rete territoriale dell'Istituto. La reazione a livello locale aggrega esponenti politici e sociali anche di opposto orientamento, nonché semplici cittadini. Il prossimo 25 ottobre, la questione sarà affrontata nel consiglio comunale. Difficile snobbare questa posizione, che vede allineate tutte le istituzioni del territorio, come manifestazione di campanilismo o di provincialismo.
Ricordo che quella bresciana è sempre stata, perché insediata in un territorio ricco di imprese - dall'industria al terziario, fino al turismo - e di intermediari bancari e per le attribuzioni non solo di Vigilanza, la seconda dipendenza per importanza della Lombardia dopo la sede di Milano. Certo, oggi molto è cambiato e il piano di riorganizzazione parte dalle trasformazioni intervenute negli ultimi anni a livello istituzionale, funzionale e operativo, tra l'altro con lo sviluppo della digitalizzazione, e tenta un bilanciamento tra i mutamenti di carattere aziendale con le esigenze del territorio.
Si passerà, se il piano sarà attuato, da 38 a 36 filiali con una parziale diversificazione di compiti che mostrerà tipi differenti di dipendenze, a eccezione di quelle insediate nei capoluoghi di Regione.
Il progetto, che sarà attuato progressivamente, è stato esposto alle organizzazioni sindacali e finora, salvi gli ulteriori approfondimenti che esse si sono riservate di compiere, la reazione è stata negativa.
Alcuni si chiedono se si tratti di una fase intermedia che porterebbe, dopo un certo tempo, alla presenza solo nei capoluoghi regionali, ma è difficile prevedere gli sviluppi e concentrarsi sulle intenzioni, che pure alcuni si spingono a ricavare dal tipo di piano e dalla ritenuta fragilità della sua impostazione.
Poi vi è il problema del rapporto informativo con le comunità locali. A Brescia lamentano che le istituzioni non sono state neppure informate, avendo appreso della soppressione dai volantini delle organizzazioni sindacali.
La stessa cosa accadrebbe a Livorno, l'altra filiale che sarebbe soppressa e, in questo caso si tratta di una storica sede (il grado più alto delle dipendenze) che ha sempre preso parte insieme con la sede di Firenze alla formazione dell'assemblea dei Partecipanti - i possessori delle quote del capitale dell'Istituto a livello territoriale - per l'elezione, tra l'altro, di un membro del Consiglio superiore della banca stessa, l'organo che esprime il parere sulla nomina del governatore e delibera quella degli altri membri del direttorio (sottoposta, poi, all'approvazione definitiva del capo dello Stato).
Le filiali della Banca d'Italia erano fino a oltre la metà del primo decennio degli anni duemila insediate in ogni capoluogo di provincia anche per l'esercizio dei compiti di tesoreria provinciale dello Stato regolato da apposite norme.
Non si erano istituite, invece, dipendenze nelle nuove province costituite negli iniziali anni ‘90 e ciò sulla base di una leggina che prevedeva la possibilità di svolgere il predetto servizio con modalità alternative. Ma in quell'occasione, anche per rendere possibile un agevole iter parlamentare, si confermò espressamente che, per il resto, l'organizzazione territoriale non sarebbe mutata, sarebbe rimasta integra.
Certo, molti anni sono passati, ma i punti fondamentali di quell'informale assicurazione riguardavano, innanzitutto, il ruolo peculiare della banca, la sua storia, quale presenza dello Stato nel territorio e punto di riferimento per i cittadini, il carattere dell'istituzione le cui attribuzioni possono evolvere e arricchirsi in relazione alle esigenze del Paese nel settore.
Ora, il piano tiene conto del conferimento di nuovi compiti in materia, per esempio, di tutela del consumatore, di educazione finanziaria, di antiriciclaggio (da verificare), di rapporti con le autorità del territorio, ma è solo un primo passo, poiché molto di più può essere fatto, naturalmente non a organici immutati, ma alimentando le carriere con nuova linfa, nella considerazione dell'essenzialità - non certo della marginalità - del ruolo sul territorio.
Le reazioni a Brescia e anche a Livorno - la città di Carlo Azeglio Ciampi - non vanno sottovalutate. La banca è autonoma e indipendente; non può essere soggetta a direttive o impulsi del governo né può sollecitarne l'intervento. Ma ciò non significa che, nel disegnare la sua struttura organizzativa, non debba tener conto, sia pure valutandoli autonomamente, dei fattori economici, sociali e istituzionali. Ciò le è ben presente. Sul modo in cui lo fa è, però, legittima una dialettica, come del resto avviene anche per altre istituzioni e per lo stesso settore bancario.
A Brescia, per il modo in cui si è arrivati all'idea della suddetta soppressione, si parla di uno schiaffo alla comunità locale. Almeno all'esigenza di un raccordo, finora mancato, sugli eventuali sviluppi del progetto nella Leonessa come a Livorno si dovrebbe corrispondere.
Non si chiedono presenze simboliche o di pura immagine. I contenuti dell'azione delle filiali possono essere ben rafforzati ed elevati nell'interesse generale. Un taglio dei legami con il centro e al tempo stesso della storica vocazione al territorio, che caratterizzano le filiali, ora che è in discussione l'autonomia regionale differenziata, accentuerebbe la frammentazione, per non parlare degli esiti verso i quali si andrebbe se la riduzione a 36 dipendenze fosse solo un mero passaggio verso future più pregnanti decisioni di tagli. Riprenderebbe fiato chi preconizza una Banca d'Italia come filiale italiana della Bce: un esito che invece non dovrà mai verificarsi. (riproduzione riservata)