Riserve immense, le più grandi al mondo con oltre 300 miliardi di barili, ma a caro prezzo. Mentre le big oil statunitensi si preparano a tornare in massa sul mercato venezuelano, seguendo la connazionale Chevron, iniziano a circolare i primi report che raccontano l’altra faccia del petrolio e del gas venezuelani. In altre parole, se Donald Trump dopo il blitz del 3 gennaio 2026 vede l’opportunità di sfruttare e rilanciare il settore petrolifero del Venezuela, molte compagnie preferirebbero rifiutare tanto è considerata fatiscente la rete locale delle infrastrutture e dei servizi. Secondo indiscrezioni di Reuters, rappresentanti della Casa Bianca incontreranno i manager petroliferi di Exxon Mobil & C già questa settimana per discutere le iniziative nel Paese e capire se e in quali tempi sarà possibile riportare la produzione ai livelli degli anni 70, quando dai pozzi usciva una media di oltre 3,5 milioni, rispetto ai circa 900 mila barili registrati nel 2025.
L’obiettivo di primo livello è raggiungere i due milioni di barili entro il 2028. Ma stime più prudenti indicano in 10 anni la finestra temporale necessaria per aumentare la produzione di 500 mila barili, arrivano a 1,5 milioni al giorno. Un precedente c’è: in Iraq, deposto Saddam Hussein, la produzione è più che raddoppiata, ma ci sono voluti 17 anni per arrivare al plateau di 4,7 milioni di barili.
Come conferma Wood Mackenzie, la più grande società di analisi del settore energetico, la maggior parte delle riserve petrolifere del Venezuela, concentrate nella fascia dell’Orinoco, sono classificate come pesanti ed extra-pesanti. Vuol dire che, essendo dense e viscose, devono essere lavorate e «alleggerite» per poter essere estratte e raffinate, con impatti rilevanti sui costi. In base a queste premesse, si stima che i costi di produzione siano ben più alti di quelli medi del settore degli idrocarburi pesanti: 80 dollari a barile. Wood Mackenzie usa come parametro il petrolio canadese, che raggiunge il break-even a circa 55 dollari al barile.
Insomma, come sottolinea Ed Crooks, vice presidente Americas di Wood Mackenzie, applicare la dottrina Monroe al petrolio venezuelano potrebbe rivelarsi una scelta rischiosa. «I rapporti tra Venezuela e Stati Uniti sul fronte del petrolio sono complessi», sottolinea il manager, «Nel 2022, dopo che il Brent aveva superato i 120 dollari al barile, l’amministrazione Biden aveva concesso a Chevron una licenza per produrre ed esportare petrolio dal Venezuela, confermata da Trump con alcune restrizioni. Nel 2025 Chevron ha rappresentato circa un quarto della produzione venezuelana».
Come noto (si veda anche MF-Milano Finanza di ieri), le compagnie europee attive in Venezuela sono invece rimaste al palo, impossibilitate a riscuotere i compensi in greggio per il gas prodotto e messo a disposizione del mercato domestico venezuelano. Nel caso di Eni, i crediti sono saliti ormai a tre miliardi di euro.
Tornando alle mosse degli americani, la prima operazione sarà la mappatura dei pozzi per valutare gli interventi. Stima Wood Mackenzie che le joint venture internazionali attive nell’Orinoco dovrebbero impegnare fino a 20 miliardi di dollari in dieci anni per spingere la produzione. Ma, sempre secondo gli analisti, va considerata l’appartenenza del Venezuela all’Opec, che vincola il Paese a eventuali tetti alla crescita della produzione; un’incognita che pesa sui piani di investimento delle compagnie. (riproduzione riservata)