L’attenuazione della spinta a operare nel prossimo anno, da parte della Federal Reserve, quattro tagli dei tassi da 25 punti l’uno, riducendoli a due, ha gelato le borse, anche europee. La cautela subentrata sembrerebbe prima di tutto dovuta all'incertezza sulle prime mosse di Donald Trump e all'impatto sull'inflazione che potrebbero esercitare i dazi che la sua amministrazione probabilmente introdurrà. Contribuisce all'incertezza la denuncia, da parte del duo Musk-Trump, dell'intesa Repubblicani-Democratici sulla spesa pubblica fino a marzo per evitare lo shutdown.
Vi è altresì un voler saggiare i comportamenti del nuovo presidente Usa, che in passato non è stato tenero con la Fed e con il suo presidente Jerome Powell. L'aspetto singolare della vicenda è che Powell è stato nominato proprio da Trump nella sua prima presidenza, dopodiché il tycoon ne aveva adombrato il dimissionamento perché voleva una banca centrale asservita alla politica del governo. Ora è da ipotizzare che da una parte e dall'altra ci si voglia studiare.
Se al protezionismo e, in particolare, a dazi e tariffe si aggiungeranno una forte spinta alla deregolamentazione anche in campo bancario e finanziario nonché l'impulso all'espansione delle criptovalute, i problemi per la Fed nell’esercizio della politica monetaria e della vigilanza saranno numerosi e complicati. Già abbiamo visto che il presidente della Sec Gary Gensler si è dimesso anche in relazione alle posizioni che Trump ha assunto sui cripto-asset, a proposito dei quali il tycoon ha detto che vorrà farne degli Usa la capitale mondiale.
In sostituzione di Gensler Trump ha designato Paul Atkins, innanzitutto perché favorevole all'adozione delle criptovalute. Tutto ciò dopo che l'amministrazione Biden con la segretaria al Tesoro Janet Yellen ha giudicato in passato l'operatività in cripto come un gioco d'azzardo, un reato. E soprattutto senza che sia stato avviato finora dagli esponenti designati della nuova amministrazione alcun discorso sulle regole di queste valute virtuali e sui controlli nonché sui molto complessi aspetti tecnologici che riguardano la loro generazione.
È probabile che per la Fed si porrà un problema di difesa dell'autonomia, anche perché qualcuno nella progettata compagine governativa sostiene la prevalenza delle istituzioni politiche sulla banca centrale riecheggiando concetti espressi dallo stesso Trump. Ciò che potrebbe accadere alla più importante banca centrale del mondo avrà riflessi sulle altre banche centrali. Del resto la cautela - ad avviso di chi scrive assolutamente eccessiva - che il 12 dicembre ha dimostrato il consiglio direttivo della Bce limitandosi a un taglio dei tassi di soli 25 punti base e ripetendo la giaculatoria delle decisioni «in base ai dati e riunione per riunione» viene motivata anche per l'attesa della valutazione dei primi impatti delle misure di politica economica che Trump adotterà.
Il clima di incertezza ha fatto sì che pure la Banca del Giappone e la Banca d'Inghilterra si astenessero dal varare tagli dei tassi, sebbene sembrassero orientate a promuoverli. Negli Usa potrebbe essere leso il sistema, cardine di quella democrazia, dei «checks and balances». E non vale ricordare gli spazi procedurali a livello parlamentare per frenare un’eventuale deriva in questo senso, dal momento che sono la politica di Trump e gli annunci delle nuove linee programmatiche che, come nel caso della Sec, possono indurre ad abbandonare, nel dissenso, cariche e ruoli che danno sostanza ai contrappesi.
Certamente non si possono trascurare i gravi problemi di contesto: le guerre, le altre crisi geopolitiche, i problemi della transizione ecologica e digitale. Si appanna il multilateralismo e le istituzioni finanziarie internazionali si indeboliscono; lo stesso diritto internazionale stenta a imporsi. Perciò dalla politica monetaria si passa a problematiche ancora più importanti e agli interrogativi su quel che potrà accadere nelle relazioni internazionali con l'amministrazione Trump. Se vale lo slogan «America First», la politica economica Usa sarà coerente con questa sorta di riedizione della dottrina Monroe («America agli americani») e guarderà solo al proprio interesse, anche se poi sarà costretta a correzioni quando cominceranno a registrarsi, non solo in economia e finanza, i boomerang del protezionismo.
Tuttavia non sarebbe accettabile un'attesa prolungata per un «gioco di rimessa» da parte delle altre banche centrali, le quali dovrebbero piuttosto raccordarsi con la Fed, se questa difenderà validamente la propria autonomia. Non si può d'altro canto fasciarsi la testa in anticipo. Con Trump occorrerà inevitabilmente negoziare e negoziare bene prima di attivare misure di reazione. Di qui una sfida campale per l'Unione. (riproduzione riservata)