Tutti i dati usciti alle 14:30 ora italiana mettono in discussione la retorica del presidente degli Usa Donald Trump sullo stato dell’economia.
Il tasso finale annualizzato su base trimestrale dell’indice dei prezzi delle spese per consumi personali core (Pce) negli Stati Uniti nel secondo trimestre è stato del 2,6%, leggermente superiore alle attese del 2,5% e al valore precedente del 2,5%. Nella sua versione “non core”, che include beni volatili come cibo ed energia, il Pce è cresciuto nel secondo trimestre del 2,1%, rispetto alla stima precedente del 2,0% e al +3,7% registrato nel primo trimestre.
Il Pce, noto anche come deflattore del pil perché rappresenta il tasso di sconto utilizzato per trasformare il pil nominale in pil reale, è l’indicatore inflattivo più seguito dalla Fed nelle decisioni di politica monetaria.
Inoltre, il tasso di crescita finale annualizzato su base trimestrale del pil reale statunitense nel secondo trimestre è stato del 3,8%, superando le stime del 3,3% e confermando il valore del trimestre precedente pari al 3,3%.
Come anticipato, i dati dal mercato del lavoro calmano i recenti timori di recessione. Timori che, insieme alle ingerenze di Trump, avevano indotto Powell a ridefinire la bilancia dei rischi. Le richieste di sussidi di disoccupazione sono infatti ai minimi degli ultimi due mesi: 218.000 nell’ultima settimana, a fronte delle 233.000 attese dagli analisti. Anche i dati macro in merito ai consumi mostrano che la domanda è ancora in salute: le spese per consumi delle famiglie sono state infatti riviste al rialzo dal 1,6% al 2%
Ma i mercati scendono. L’S&P500, il Nasdaq e il Dow Jones perdono rispettivamente lo 0,4, lo 0,6 e lo 0,2% a seguito della notizia. Si alzano i rendimenti obbligazionari, con il decennale Usa al rialzo di 4 punti base dal 4,15 al 4,19%. Sembra di essere rientrati nel paradigma tipico del bear market del 2022, quando valeva la regola del “bad news for the economy is good news for stock market” per i mercati azionari. Infatti l’ultima narrativa che ha sostenuto le quotazioni dei listini è stata la prospettiva di un inizio di un nuovo ciclo di tagli dei tassi. O quanto meno un allentamento monetario di natura tattica.
Ma dati che dimostrano che l’economia è forte, lasciano meno spazi a tagli ulteriori. Questo ridurrebbe la liquidità e influirebbe sensibilmente sulle valutazioni azionarie e obbligazionarie a causa dell’aumento del tasso di sconto dei flussi di cassa che generano gli asset. A questo proposito, si segnala che la probabilità associata a solo un taglio dei tassi di interesse da qui a fine anno, si è alzata dal 20 al 35%, secondo i dati forniti dal Cme Fedwatch Tool.(riproduzione riservata)