L’uragano è in corso. Non si vedeva il Ftse Mib perdere così tanto in una sola seduta (4 aprile) dall’epoca Covid (2020), dalla crisi del debito (2011), dal fallimento di Lehman Brothers (2008) e dall’11 settembre 2001, così come l’S&P 500 bruciare 2,5 trilioni di dollari in poche ore (3 aprile). La politica dei dazi di ritorsione del presidente Usa Donald Trump (già soprannominata Armageddon) colpisce dritto al cuore delle borse e delle economie mondiali, compresa quella statunitense.
Gli economisti di JP Morgan hanno alzato la probabilità di recessione al 60%. In un report dal titolo «Scorrerà sangue» (There will be blood), la banca d’affari scrive che l’aumento dei dazi del 22% rappresenta il maggior incremento fiscale negli Usa dal 1968. «L’effetto sarà amplificato dalle ritorsioni commerciali (la Cina ha già annunciato contro tariffe del 34%, il Canada del 25% sulle auto made in Usa, ndr), da un calo del sentiment delle imprese statunitensi e dalle interruzioni delle catene di approvvigionamento. Lo shock sarà attenuato solo in parte dalla possibilità che dopo i dazi arrivino gli stimoli fiscali», il ragionamento degli esperti.
In attesa di vedere se ci sarà un’apertura ai negoziati, JP Morgan avverte: «Con i dazi confermati, gli Stati Uniti e forse anche il mondo entreranno in recessione già quest’anno». Il punto è che politiche commerciali restrittive e la riduzione dell’immigrazione «potrebbero compromettere la crescita a lungo termine degli Stati Uniti».
L’attuale aumento dei dazi a livelli superiori rispetto alla tariffa Smoot-Hawley del 1930 potrebbe avere effetti ancora più dannosi, «poiché oggi la quota di importazioni è molto più elevata, data la maggior integrazione a livello globale».
L’Fmi prevede, in presenza di tariffe Usa al 20% e ritorsioni da parte di Cina ed Europa, un impatto del -2% sul pil Usa e del -1% sul pil globale. A differenza di JP Morgan e dell’Fmi, Alessandro Fugnoli, strategist di Kairos, non ritiene che la recessione «sia dietro l’angolo». «L’America, verosimilmente, crescerà quest’anno tra l’1 e l’1,5%, l’Europa sarà vicina all’1% e accelererà l’anno prossimo e la Cina cercherà comunque di raggiungere il suo obiettivo del 5%», spiega.
Tuttavia l'esperto ammette che la rinegoziazione dei dazi «non sarà gratis, perché richiederà in cambio acquisti di armi americane e di prodotti agricoli geneticamente modificati, impegni a mantenere a riserva Treasuries e rivalutazioni del cambio». I dazi, sottolinea anche Gabriel Debach, analista di mercato di eToro, «difficilmente riscrivono le sorti di un’economia, ma accelerano trasformazioni già in atto: diversificazione delle supply chain, riallocazione della produzione, nuove strategie commerciali. In ogni battaglia ci sono vincitori e vinti, apparenti e reali, ma alla fine il mercato, come sempre, torna a un equilibrio».
Come navigare la tempesta dei prossimi mesi? Fugnoli punta su liquidità, titoli legati all’inflazione e oro per la parte difensiva, «poi cavalcare la volatilità comprando azionario europeo sulla debolezza e vendendo Wall Street sulla forza». Ma modificare il portafoglio durante una correzione è spesso una scelta avventata, avverte Debach: «Storicamente, chi vende in questi momenti rischia di restare fuori mercato proprio quando partono i rimbalzi, compromettendo così la performance a lungo termine».
La correzione degli indici americani potrebbe, infatti, offrire punti di ingresso interessanti, secondo l’analista, soprattutto in direzione «value, dove l’indice Iwd (replica il settore value, ndr), le azioni a bassa volatilità e i titoli ad alto dividendo stanno sovraperformando i listini principali, segnalando una rotazione già in atto verso asset più difensivi. Anche il settore sanitario, storicamente meno esposto alla ciclicità macro, e le utility, per la loro capacità di generare flussi di cassa costanti in qualsiasi contesto economico, meritano attenzione».
Utility come Enel, Iberdrola e A2A, riprende Debach, «hanno mostrato una buona tenuta, stesso discorso per il settore della difesa, con Rheinmetall e Leonardo in controtendenza, e per alcuni nomi del farmaceutico e dell’healthcare, da Bayer a Gsk». Anche grazie al piano di riarmo europeo, Charles J Armitage, analista di Citi, cita il settore della difesa: «Scontando una crescita degli utili fino al 2034 per giustificare le attuali quotazioni, Bae Systems appare sottovalutata e puntiamo su Saab Ab e Thales».
Sempre nel Vecchio Continente, c’è un altro comparto che potrebbe sopportare meglio le bordate trumpiane. Alcune grandi case del lusso, afferma Carlo Benetti, market specialist di Gam, hanno già impianti negli Stati Uniti, valuteranno se e come estendere la produzione anche ai modelli iconici attualmente confezionati in Europa.
Altre case hanno aumentato le spedizioni negli Stati Uniti per accumulare scorte esenti dalle misure tariffarie. I dazi hanno un minor impatto su Burberry, poiché il Regno Unito affronterà tariffe «solo» del 10%, e su Moncler, a causa della limitata esposizione agli Usa. Quanto a Ferrari ha già annunciato un aumento del 10% del prezzo delle nuove vetture e gli ordini sono sufficienti ad assorbire la produzione dei prossimi due anni.
Piazza Affari, in questo scenario, gioca una partita tutta difensiva. Da un lato le banche, al centro di un risiko che potrebbe riaccendersi con forza e meno legate direttamente al tema dazi. Dall’altro le utility (si veda la tabella sotto), che beneficiano del ritorno dell’avversione al rischio e della voglia di maggiore stabilità: Enel, A2A, Terna e Snam sono tra i titoli che si stanno dimostrando più reattivi e resilienti. A queste Filippo Diodovich, senior market strategist di IG Italia, aggiunge Acea e Gianmarco Bonacina, head of research di Banca Akros, Italgas.
Gli istituti di credito hanno registrato la migliore performance in Europa da inizio anno, avendo beneficiato delle aspettative di reflazione in Germania e della bassa esposizione ai dazi. Tuttavia, se le preoccupazioni sulla recessione aumentano e le aspettative sui tassi si abbassano, il settore potrebbe registrare prese di profitto.
«Sebbene le banche non siano direttamente colpite, potrebbero subire impatti di secondo livello a causa della minor crescita del pil e degli effetti negativi sulla solvibilità dei settori finanziati», avverte Joseph Dickerson, analista di Jefferies, ma le banche spagnole, francesi e greche sono le meglio posizionate, data la bassa esposizione del loro Paese alle esportazioni e alla manifattura verso gli Stati Uniti. «Le nostre scelte principali in queste regioni sono SocGen, Banca Nazionale di Grecia e Bbva».
L'esposizione alla manifattura rappresenta il 7% del portafoglio prestiti delle banche europee. Le più esposte a questo sono quelle italiane: Banco Bpm, Bper Banca, Unicredit e Intesa Sanpaolo, tutte con più del 10% del portafoglio prestiti verso aziende manifatturiere. Anche Bbva ha un’esposizione superiore al 10% del portafoglio prestiti alla manifattura, ma la maggior parte di essa è legata alle attività in America Latina e Turchia.
Nel complesso, conclude Dickerson, «riteniamo che l'annuncio di Trump sia positivo per Bbva, poiché i dazi reciproci annunciati mettono l'America Latina e la Turchia in una posizione di relativo vantaggio rispetto ad altre giurisdizioni». David Pascucci, analista di Xtb, ricorda anche il fattore dividendi, «molto importante soprattutto nel lunghissimo periodo. Titoli a larga capitalizzazione che offrono un dividend yield tra il 2% e il 6% potrebbero essere interessanti in questa fase». Azioni come, per esempio, Mediobanca, Azimut e Banca Mediolanum offrono rendimenti del dividendo sopra il 7% (vedere la tabella in pagina).
Gli investitori si sono già rifugiati nelle obbligazioni, soprattutto nei titoli di Stato. Diego Toffoli, responsabile investimenti di Intermonte Advisory & Gestione, preferisce i bond governativi rispetto ai corporate: «La Fed, nonostante un possibile aumento dell’inflazione, taglierà i tassi tre o quattro volte quest’anno per sostenere la crescita, minata dai dazi. Anche la Bce sarà costretta a proseguire con i tagli, ad oggi il mercato ne stima 3 per fine anno. Il rallentamento dell’economia Usa andrà a indebolire il dollaro, quindi meglio le emissioni governative dell’area euro».
Quanto alla scadenza, precisa Toffoli, più questa è lunga (si veda la tabella sotto), «maggiore sarà la volatilità. Perciò, in questa fase è meglio restare su quelle obbligazioni che hanno una duration di massimo 5-7 anni». Anche gli esperti di Bank J. Safra Sarasin privilegiano le scadenze intermedie (5-10 anni) perché beneficiano dell’aumento della curva e hanno una durata sufficiente per trarre vantaggio dal calo dei rendimenti: «Nascondersi in bond a brevissima scadenza non offre una protezione adeguata contro una potenziale recessione più pronunciata». Inoltre, con una risalita dell’inflazione, per Toffoli può avere senso inserire in portafoglio bond governativi inflation-linked.
Secondo Pascucci «i nostri Btp sono ottimi rispetto ai concorrenti europei in quanto offrono rendimenti più alti di Francia, Germania, Spagna, Grecia e Portogallo. Inoltre il loro rendimento è nettamente superiore all’inflazione europea e domestica, oltre che al tasso di interesse Bce.
Le scadenze brevi fino a 3 anni potrebbero beneficiare di un apprezzamento più forte nel breve termine qualora dovessero abbassare ulteriormente i tassi, mentre le scadenze più lunghe, da 5 a 10 anni offrono rendimenti che a livello teorico risultano oggi convenienti».
I Gilt britannici risultano pericolosi solo per via dell’esposizione alla sterlina. Ma gli investitori possono utilizzare una ripresa dei rendimenti per sfruttare punti di ingresso interessanti e assumere posizioni che privilegiano il Regno Unito rispetto alla Germania, sostiene il team Global Fixed Income, Currency and Commodities Group di JP Morgan AM. Il rendimento del Gilt decennale è cresciuto di 38 punti base al 4,7%, rispetto alla manovra di bilancio autunnale, dopo aver toccato un massimo del 4,9% a gennaio.
Anche i Treasury americani sono altrettanto pericolosi per via dell’esposizione al dollaro. In più, incorporano una probabilità di recessione non indifferente. Ma potrebbero diventare interessanti quelli a lunga/lunghissima scadenza, segnala Marco Piersimoni, co-head Euro Multi Asset di Pictet AM, nel caso di ulteriori revisioni negative sulle prospettive di crescita.
Nel mondo corporate, il segmento investment grade dovrebbe «performare meglio degli altri nonostante una maggior esposizione al fattore tasso», interviene Paolo Geuna, credit strategist di Banca Akros. Che avverte: «I bond subordinati possono fare peggio rispetto ai finanziari. Il settore bancario potrà fare leva sugli ottimi fondamentali costruiti negli ultimi anni. Tra i difensivi, utility e tlc, con un modello di business nazionale, dovrebbero essere avvantaggiate rispetto al farmaceutico e ai consumi di base».
Con la perdita di fiducia degli investitori sul biglietto verde, specie in questo periodo dove una valuta Usa debole va a tutto vantaggio del commercio internazionale, le monete difensive diventano franco svizzero e yen giapponese, nonostante i dazi del 24% imposti al Giappone e del 31% alla Svizzera, e anche l’euro, in ordine di forza, riprende Diodovich.
La valuta rifugio regina in questi momenti di sentiment riskoff è il franco che guadagna contro tutte le divise internazionali. Il cambio dollaro/franco è sceso da 0,8820 a 0,85 e il rapporto euro/franco da 0,9550 a 0,94. «Il dollaro/franco svizzero potrebbe indebolirsi ancora, il livello da osservare è a 0,833», indica Saverio Berlinzani, capo analista di ActivTrades.
«Sotto non c’è quasi nulla se non il minimo del 2015, quando il cambio scese fino a 0,7500 nel giorno dell’uscita dal peg (tasso minimo di cambio di 1,20 franchi svizzeri per euro, ndr) della Swiss National Bank». Per quel che riguarda, invece, lo yen, il calo del cambio dollaro/yen è arrivato sui primi supporti chiave di 145,50, la cui violazione aprirebbe la strada a 139,20, prosegue Berlinzani.
Il tutto si configura come una svalutazione del dollaro, che poi è l’obiettivo del presidente Trump, perché con una valuta debole il governo paga minori interessi sul debito e può ridurre il disavanzo commerciale. Anche l’euro sembra favorito sul biglietto verde con obiettivi minimi a 1,125 a cui potrebbe seguire 1,149.
Molto richieste, infine, «le valute dei principali Paesi dell'America Latina, che hanno subito dazi massimi del 10%, relativamente più moderati», aggiunge Michal Józwiak, analista di Ebury, ritenendo che comunque franco svizzero e yen siano un'opzione attraente per gli investitori nel breve termine grazie al loro status di beni rifugio.
Se poi l’incertezza globale dovesse intensificarsi, la valuta giapponese potrebbe avere maggiore margine di apprezzamento, considerando il suo forte deprezzamento negli anni precedenti e la maggior inclinazione restrittiva della Bank of Japan rispetto alla Swiss National Bank. Attualmente, la BoJ è l’unica banca centrale del G10 ad aumentare i tassi anziché allentare la politica monetaria. (riproduzione riservata)